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  12/11/2019 - 09:13

 

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Hollywood Ending
Regia di Woody Allen
Cast: Woody Allen, Téa Leoni, Mark Rydell, Debra Messing, Tiffani-Amber Thiessen, Treat Williams, Barney Cheng, Erica Leerhsen; commedia; Usa; 2002; C.
Una deliziosa commedia a base di fobie, amore e metacinema

 




                     di Paolo Boschi


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Non c’è niente da fare: Woody Allen, cinematograficamente parlando, ha sempre avuto un rapporto preferenziale con la propria vita e le proprie fobie, tutte finite una volta o l’altra in qualcuno dei suoi film. Hollywood Ending segna però l’apoteosi dell’attitudine autoreferenziale del cineasta newyorchese, perché è arduo pensare a qualcosa di più alleniano di un regista (o meglio un auteur) che ha sfondato, vinto un paio di premi Oscar e quindi causato il declino della propria carriera per eccesso di pruderies autoriali e smanie caratteriali, riducendosi a fare pubblicità (ma d’autore) per tirare avanti: il regista in questione, Val Waxman, si vede offrire di punto in bianco e su un piatto d’argento il film del suo grande ritorno. Unico dettaglio stonato: la sospirata regia è caldeggiata per l’appunto dall’ex moglie (mai dimenticata) di Waxman, ora fidanzata dell’odioso tycoon hollywoodiano della Galaxy Pictures che dovrebbe produrre il film ad alto budget (sessanta milioni di dollari), l’uomo per il quale il regista è stato piantato. Non basta? E allora aggiungiamo qualcosa di più alleniano ancora: per quanto si tratti della grande occasione che potrebbe rimetterlo in pista assicurandogli una dorata maturità autoriale, il protagonista, davanti ad un film inneggiante a New York che potrebbe girare a occhi chiusi, si troverà per l’appunto a dirigerlo affetto da (inspiegabile) cecità psicosomatica – un timore fisiologico su cui Allen aveva già giocato con la miopia in Criminali da strapazzo e con la geniale intuizione dell’uomo sfocato di Harry a pezzi –. Si tratta soltanto di un disturbo temporaneo, ma che di fatto lo ha reso cieco come una talpa alla vigilia del primo giorno di riprese. Una volta portato a termine il film senza che nessuno (o quasi) si sia accorto del suo ‘problema’, il nostro regista (e soprattutto il suo produttore) rimarrà sconvolto dall’incomprensibile montaggio del materiale girato ma, dulcis in fundo, nonostante in patria siffatto caos cinematografico da disturbo psicosomatico sia demolito da pubblico e critica secondo copione, in Europa sarà interpretato come geniale e, va da sé, autoriale. Precisiamo infine che il protagonista di Hollywood Ending all’inizio vive con una tizia dotata del Q.I. di un divano e alla fine potrà riprendere il sogno di trasferirsi a Parigi interrotto anni prima per sopravvenuto divorzio dalla moglie Ellie. In mezzo esilaranti battute a ripetizione, sketchs divertenti e satira a getto continuo a bersagliare il fatuo mondo della megaproduzioni hollywoodiane. Giova ricordare che Hollywood Ending ha costituito l’evento d’apertura del Festival di Cannes edizione 2002, il palcoscenico ideale del film, considerandone la dinamica narrativa. Sicuramente non si tratta del miglior Allen possibile ma Hollywood Ending scivola via intrigando a più riprese e lasciando un retrogusto meditativo che vale il prezzo del biglietto. Un delizioso esempio di metacinema.

Hollywood Ending, regia di Woody Allen, con Woody Allen, Téa Leoni, Treat Williams, Mark Rydell, Debra Messing, Tiffani-Amber Thiessen, Barney Cheng, Erica Leerhsen; commedia; Usa; 2002; C.; dur. 1h e 50’

Voto 7½ 

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