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  25/08/2019 - 05:30

 

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Andrea Camilleri
La presa di Macallč
Palermo, Sellerio, 2003; pp. 274
L'ultima provocazione di Camilleri

 




                     di Paolo Boschi


La vampa d'agosto
La luna di carta
Privo di titolo
La prima indagine di Montalbano
La presa di Macallč
Il giro di boa
Le inchieste del commissario Collura
Camilleri legge Montalbano
La linea della palma
La paura di Montalbano
Il ladro di merendine in Cd-rom
Il re di Girgenti
L'odore della notte
La scomparsa di Patň
La testa ci fa dire
La gita a Tindari
Gli arancini di Montalbano
La mossa del cavallo
La concessione del telefono


Secondo consolidata abitudine Andrea Camilleri continua ad alternarsi tra il genere poliziesco ed il romanzo storico, sempre rigorosamente ambientati in quel di Vigŕta, un pezzo di Sicilia virtuale piů tipica di qualunque cittadina siciliana reale. L’ultima fatica dell’inossidabile narratore di Porto Empedocle, classe 1925, appartiene alla seconda categoria ma, rispetto alle prove storiche precedenti, č dotata di un alto tasso sociopolitico aggiunto, in percentuali mai raggiunte da Camilleri nel suo breve ma denso apprendistato letterario: con lucida consapevolezza l’autore della saga del commissario Montalbano ha elaborato un’ordinaria storia di brutalizzazione infantile ambientata nei tempi del fascismo, ed in aggiunta consentita dal particolare scenario culturale, sociale e religioso del famigerato ventennio. La prospettiva, come sempre, č quella estremamente provinciale assicurata dall’ambientazione vigŕtesca: il protagonista č Michilino, sei anni, un “picciliddro” figlio del camerata Giugiů, un gerarca fascista locale che risulta il principale responsabile della mentalitŕ della propria casa, in cui il fascismo viene avanti a tutto, la religione č sacra e mettere le corna č lecito per il pater familias, punibile al contrario con le botte e la separazione nel caso l’adultera sia la moglie. In un simile contesto pare naturale che Michilino, affidato alle pedagogiche cure del professore Gorgerino, pedofilo e capo dell'Opera nazionale Balilla, finisca brutalizzato dall’insegnante privato, magari tacitamente poi punito dal padre, che cala un pietoso (ed ipocrita) silenzio sul tremendo trauma subito dal figlio. E’ cosě che il piccolo, grottesco antieroe de La presa di Macallč, peraltro nato con un cospicuo e precoce armamentario sessuale, cresce mettendo Dio e il Duce davanti a tutto, convinto che i comunisti non siano propriamente uomini, ma bestie – e dunque che ucciderli non sia peccato –. La casa di Michilino, pervasa dalla mitologia fascista, riflette nel suo piccolo l’intera Vigŕta, completamente soggiogata (clero incluso) dal barocco apparato del regime, con le parate, l’esibizione virile, le armi, le continue celebrazioni delle vittorie fasciste in Africa, compresa quella di Macallč. Camilleri con intrigante perizia ricostruisce le fastigia di un malessere sociopolitico che aveva contagiato gran parte della societŕ italiana coeva e, con la paradigmatica e tragica vicenda del suo piccolo protagonista, scrive una pagina provocatoria contro l’ideologia fascista e i turpi effetti esercitati sulla psiche dei piů deboli ed indifesi. In breve le avventure di Michilino prendono una sinistra piega quando il “picciliddro” comincia ad impegnarsi attivamente per difendere i sacri valori del Cristianesimo e del Fascismo, a costo di commettere delitti a fin di bene ed autoincensarsi punitivamente per il bene della propria famiglia e della propria anima nel teso, allucinato finale. Con La presa di Macallč Camilleri ha colpito nel segno schierandosi apertamente: il romanzo č affilato come la lama di un rasoio, provoca, rimesta nel torbido e non teme le asperitŕ del grottesco piů estremo.

Andrea Camilleri, La presa di Macallč, Palermo, Sellerio, 2003; pp. 274

Voto 8 

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