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  17/10/2017 - 17:05

 

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Antonio Tabucchi
Tristano muore
Scanner ricorda l’autore toscano con la recensione di un suo romanzo
Milano, Feltrinelli (“I Narratori”), 2004; pp. 160

 




                     di Paolo Boschi


A seguito di una lunga malattia, lo scrittore Antonio Tabucchi scomparso il 25 marzo 2012 a Lisbona, all'età di 68 anni. Per ricordare l’autore del celebre Sostiene Pereira, abbiamo deciso di rispolverare il suo Tristano muore, un romanzo decisamente sui generis, che il fine intellettuale toscano pubblicò dopo le epistole amorose di Si sta facendo sempre più tardi e Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori. Nel caldo torrido dell’ultimo agosto del Novecento seguiamo un moribondo in un’allucinata agonia che copre un mese intero: siamo in una vecchia casa toscana con Tristano, protagonista e voce narrante del romanzo, disteso su un letto, con una gamba in cancrena ed il male che va estendosi inesorabilmente a tutto il corpo, imbottito a dovere di morfina per sopportare il dolore. Ad assisterlo c’è la Frau, la stessa vecchia governante che da bambino gli raccontava poesie e fiabe in tedesco per insegnargli la lingua. Ed al capezzale del moribondo siede anche uno scrittore, dallo stesso Tristano appositamente convocato per raccogliere la sua testimonianza, i conflitti che tuttora lo dilaniano, i ricordi di una vita intera da cristallizzare sulla pagina scritta: ma non di spicciola biografia si tratta, dato che lo scriba si limita a trascrivere tout court il caotico rammemorare del suo testimone. Attanagliato dall’inarrestabile cancrena che gli sta divorando il corpo, allucinato dalla morfina e stordito da continue emicranie, Tristano si rivela infatti un narratore tutt’altro che lineare, completamente in balia dei suoi fantasiosi nessi memoriali. Il risultato è un lungo soliloquio che molto spesso produce qualcosa di pericolosamente simile al monologo interiore di joyciana memoria. La biografia del protagonista che riusciamo a ricostruire nel complesso del romanzo è quella di un giovane toscano spedito giocoforza da un dittatore megalomane a spezzare le reni alla Grecia: ma è proprio in terra di conquista che il soldato si ribella al sistema sparando ad un ufficiale tedesco che a sua volta aveva fatto fuoco su un ragazzo greco, solo perché fischiettava una canzone partigiana. Subito dopo Tristano entra nella Resistenza locale: tornato in patria dopo l’8 settembre, si arruola tra i partigiani. E nel delirio come fantasmi della memoria vanno sovrapponendosi anche le donne amate nell’arco di tutta una vita: la Guagliona della Taddeo Zimmer, e la cretese Daphne, sua compagna in Grecia e più tardi anche in Toscana, e l’americana Marilyn, da lui chiamata Rosamunda, ambigua accusatrice del maggior atto d’eroismo del protagonista(ma di atto eroico si trattava o di tradimento?). Tristano peraltro è un intellettuale prestato all’azione, non si ritiene mai un eroe, è ben consapevole delle ragioni che lo spingono ad agire e conscio della paura che precede il pericolo. Nell’intricato soliloquio di Tristano muore la prospettiva personale è legata a doppio filo alla storia italiana, alle promesse non mantenute di un sogno, alla sfumata scomparsa delle ragioni dell’antifascismo, al progressivo dilagare dell’utilitarismo sfrenato nella società, una società in crescendo amorale e dominata sempre più dalla divinità catodica. Il tutto viene contrappuntato da Tabucchi con un ininterrotto affiorare di schegge di canzoni, sequenze di film, frammenti di bravi scrittori e Leitmotiv sinfonici che hanno accompagnato il morente Tristano, e noi con lui, fino all’ultima pagina della sua vita, quella in cui ci sarà dato scoprire anche il senso riposto della copertina del libro che abbiamo appena finito di sfogliare.

Antonio Tabucchi, Tristano muore, Milano, Feltrinelli (“I Narratori”), 2004; pp. 160

Voto 8 

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