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Rodrigo García
Recensione dello spettacolo inaugurale di Intercity 20
A un certo punto della vita dovresti impegnarti seriamente e smettere di fare il ridicolo
Testo e regia di Rodrigo García, con Luca Camilletti, Jorge Horno, Agnès Mateus, luci Carlos Marquerie, video Ramón Diago, prima assoluta in italiano e spagnolo, con sottotitoli in italiano dal 13 al 16 settembre 2007 al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino

 




                     di Tommaso Chimenti


Intercity 20, presentazione del festival 2007
Presentazione, Rodrigo Garcia, A un certo punto ...
Recensione, Rodrigo Garcia, A un certo punto ...
Intervista a Rodrigo Garcia
Jimmy, di Marie Brassard
Alias Godot, Regia di David Ferry, 2006
La compagnia Third Angel, Presumption, 2007
Compagnie Yvette Bozsik, Miss Julie, 2007
Patricia Portela, Wasteband, 2007
Akhe, Faust in cube. 2360 Words, 2007
La nuova tonaca di Dio, Nature morte dans un fossé, di John Clifford Tri-boo e di Fausto Paravidino, 2007


Il lunghissimo titolo della nuova produzione di Rodrigo Garcia, “Ad un certo punto della vita dovresti impegnarti seriamente e smettere di essere ridicolo” (Teatro della Limonaia fino al 16 settembre 2007, info 055.4480628) sicuramente non si riferisce al contenuto espresso in uno spazio aperto e distrutto, alla fine, dall’estro catastrofico e caustico dell’autore di area spagnola. Non è ridicolo, non è serio: gente, è solamente reale. Anche se non condiviso. Anche se tutte le scene, si vede che Rodrigo García viene dalla pubblicità e dal videomakeraggio, spot estetizzanti e colorati con disseminazione di elementi e materiali, corpi e sostanze, sono intrise di un humour, nero, di una ironia sottile come le polveri che respiriamo nel traffico che si appiccica ma impossibile da togliere con una spazzolata. La coscienza non si può lavare con un idrante, il fango - merda a ricciolo (qui non è proprio il caso di chiamarla né cacca né eufemisticamente escrementi) rimane impigliato addosso e il lavaggio della superficie è una tortura corporale inflitta a chi non ha recepito e digerito, analizzato e spurgato, ansie, frustrazioni, angosce, paure. Rimane, in parallelo a piece precedenti, il gusto per il disgusto, anche se non sempre allo schifo si può accompagnare anche lo scabroso o lo scandaloso. I lombrichi sulla schiena o il vomito sulla scena o ancora il pesciolino rosso frullato (tranquilli, non fa la fine dell’astice anche se il vizio “animalista” non l’ha perso) fanno da contorno, da sugo, da condimento alla materia che arriva, passa e se ne va, come schiaffi (le immagini del G8, il racconto del ragazzo brasiliano ucciso per un cappotto troppo pesante nella Londra psicotica degli attentati alla metro del ’05, una pellicola hard) ma leggeri, subito ricondotti ad altre sostanze più liquide, più vischiose. Una continua prova di forza con la platea con la quale gioca (le parole crociate di Luca Camilletti sono tanto demenziali quanto meta teatrali, le frasi lette da un filo uscito come per magia dalla bocca salivosa dell’attrice). Però, ce lo ricorda e fa bene, siamo con i capelli tirati al suolo tra l’immondizie e le martellate del quotidiano, conficcati a terra senza essere Salvatori di nessun popolo, neanche di noi stessi, scossi ed agitati come il pinnide tra le continue sollecitazioni per infine essere triturati e spazzati via come una gomma da cancellare usata. Cosa rimane? L’odore nauseabondo delle fialette puzzolenti (andate a stomaco vuoto, anche se passa l’appetito), lo scheletro sfinito di una t shirt carbonizzata, una cultura- scrivania sostenuta da cassette di frutta da mercato. Abbiamo perso la direzione, ci dice Garcia, siamo belle statuine ingessate, in scomode posizioni, ghiacciate e ibernate, manichini spostabili.

Voto 8 

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