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Cinque atti teatrali sull’opera d’arte
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  25/05/2012 - 01:59

 

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Alias Godot
Un nuovo testo di Brendan Gall
Regia di David Ferry, scene di Dimitri Milopulos
Il 4, 5, 6 e 7 ottobre 2006, in prima assoluta a Intercity Toronto il 28,29,30 settembre 2007 a Intercity 20, Teatro della Limonaia

 




                     di Tommaso Chimenti


Intercity Toronto, XIX edizione , 2006
Intercity 20, XX edizione , 2007
Bigger than Jesus, Rick Miller e Daniel Brooks, 2006
Tilt, Teatro Sotterraneo e la regia di Jillian Keiley, 2006
Alias Godot, Regia di David Ferry, 2006
W&T , Regia di Branko Brezovec, 2006


A Intercity Toronto, nell’incontro che precede la piece, l’autore canadese, il giovane, e altissimo, Brendan Gall, ha presentato il suo testo, “Alias Godot” (fino al 7 ottobre 2006 al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino) come un ansiogeno prodotto di quest’epoca di controlli post 11 settembre, un’apprensione palpabile e tenace simile al dopo Hiroshima.

Il risultato, valente e positivo senz’altro, va però a cadere ed a catalogarsi nella categoria delle commedie. Si ride, molto, delle incongruenze tra i due poliziotti, ovviamente il “buono” ed il “cattivo”, una parodia divertente, anche se troppo grottesca e marcata della classica iconografia dei polizieschi di serie B. Fabio Mascagni, super, ed un, purtroppo poco conosciuto al pubblico fiorentino, Francesco Acquaroli, formano una ben assortita coppia di pseudo Miami Vice o C.S.I, ma più sfigati, di “Chips”, ma corrotti, di Derrik e Kline, ma meno burocrati. La stanza dell’interrogatorio- bunker è un mix tra il capannone de “Le Iene” di Quentin Tarantino e “I soliti sospetti”. Il caso poliziesco della prima trance si smonta facile, si sgonfia come ruota bucata sullo sterrato. L’atmosfera iniziale da “Noccioline” di Fausto Paravidino si affloscia nel comico e annega nel nonsense. Roberto Gioffrè, a differenza di altre volte non molto in sintonia con la figura, è l’arrestato per caso che sperimenta l’abuso di potere in presa diretta. Si chiama, appunto, Godot. Purtroppo nella traduzione si perde il gioco di parole: God-Dio-Godot. Qui il personaggio virtuale beckettiano c’è eccome ma è un Don Chisciotte ingenuo, un Candido senza tempo, un puro uscito dal passato, un omino di Jean-Michel Folon, un grigio signore kafkiano. L’incursione del commissario capo-macho man, Riccardo Naldini, eccellente, in tenuta anti sommossa o da sminatore alla “No man’s land”, e del fido-schiavo-cane Linus-Francesco Mancini, servono a far virare decisamente verso la risata di pancia. Ben scritto, e ben diretto da David Ferry, cerca però troppo la riuscita ad effetto, con qualche slancio da riconsiderare, qualche battuta felice che lo avvicina, lontanamente, al citato padre del vero Godot. Quello che appunto non si vede mai.

Voto 6 ½ 

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