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  05/03/2024 - 04:53

 

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Teatro Sotterraneo
Tilt
Ottima la collaborazione con la regista canadese Jillian Keiley
Prima assoluta l’11,12,13,14 ottobre 2006 al Teatro Studio di Scandicci

 




                     di Tommaso Chimenti


In apnea, Teatro Sotterraneo, 2005
Uno – Il corpo del condannato, Teatro Sotterraneo, 2006
Tilt, Teatro Sotterraneo e la regia di Jillian Keiley, 2006
Post It, Teatro Sotterraneo, 2007
La Cosa 1, Teatro Sotterraneo, 2007
Suite, Teatro Sotterraneo, 2008
Dies Irae, Teatro Sotterraneo, 2009


Una sposa in bianco e tre paggi scalzi. Una regina di cuori con tre fanti. Una bambolina da carillon, a sedere sul water, statuina di zucchero sulla torta nuziale in tulle e strascico che piange mentre le si sfa il trucco. Assomiglia alla sposa di Emma Dante in “Carnezzeria”, non ha niente a che fare con “La sposa turca”. Un coro greco, ma al maschile, un gospel a cappella quasi fossero “I Neri per caso”. Voci da monastero, canti medievali, liturgie sommesse a cadenza regolare in un tam tam che inquieta e seduce. E’ l’inizio di “Tilt” al Teatro Studio di Scandicci (fino al 14) fortunata e ben riuscita piece in collaborazione tra il Teatro Sotterraneo e la regista canadese Jillian Keiley. Pianti e canti. La carta igienica come unico cordone ombelicale oggettistico presente sotto mille forme e sembianze: è il lancio del bouquet, è la corda dell’impiccato, è il filo del telefono, è bandiere, diventa bambino da cullare. Mille piani di morbidezza. I Teatro Sotterraneo sono molto cresciuti rispetto a “11/10 in apnea” e proprio qui si vede quanto bisogno avessero di un regista super partes, di un occhio fuori dal coro, di una visione-altra. Sara Bonaventura è la sposa depressa, piagnucolosa che tenta disperatamente di risalire la china: il matrimonio fallito, il licenziamento, l’assenza di amicizie vere. “Cosa voglio?!” è la domanda-perno sulla quale si srotolano le dinamiche tra i tre- corpo solo e la giovane moglie abbandonata. Ironici: Claudio Cirri è, come sempre, al top, ho un debole per lui fin da “La parata”, Matteo Ceccarelli, canta anche bene, è tirato al lucido, ma non è più una novità, Iacopo Braca fa da spalla perfetta all’esuberanza scenica dei due sopra. Tutto cambia forma, diviene in corso d’opera, si trasforma. La corsa intorno al cesso diventa come per magia i 100 metri delle Olimpiadi e poi una continua quasi caduta al sapore di tip tap ritmato o tambureggiante richiamo voodoo. I veli della sposa ora sono mantelli da super eroi o da chierichetti, lenzuoli di fantasma, calze da rapinatore, ali d’angelo. Geniali quando, come tocchetti di lego, si assommano e contorcono e s’incastrano, fino a creare, in un lavoro fisico non indifferente, una sola figura in un montaggio d’assemblaggio. Il tutto si muove all’unisono, una struttura di nuoto sincronizzato senz’acqua. Applausi e coriandoli.

Voto 8 

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