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  15/07/2024 - 19:41

 

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Bigger than Jesus
Regia Daniel Brooks, con Rick Miller (co-autore)
Vincitore di tre Dora Awards, equivalente canadese dei Tony Awards americani, per Miglior Testo, Miglior Attore, Miglior Scenografia
Prima nazionale per Intercity Torinto al Teatro della Limonaia 28 e 29 ottobre 2006

 




                     di Tommaso Chimenti


Intercity Toronto, XIX edizione , 2006
Intercity 20, XX edizione , 2007
Bigger than Jesus, Rick Miller e Daniel Brooks, 2006
Tilt, Teatro Sotterraneo e la regia di Jillian Keiley, 2006
Alias Godot, Regia di David Ferry, 2006
W&T , Regia di Branko Brezovec, 2006


Si può parlare di religione anche ridendoci sopra, o almeno senza ammazzarsi. Il muscolare Rick Miller e il regista Daniel Brooks sono riusciti nell’intento. Il video alle spalle di Miller proietta (la telecamera in alto è incastonata in un triangolo- occhio di Dio) le scritte che in basso cambiano e la platea che guarda se stessa riflessa, il volto deformato del protagonista fino alle scene finali in una diretta da reality emozionate del teatro nel teatro, la realtà dentro la piece. Un gospel country che sembra l’inizio di una pellicola hard. Slang stretto, come i jeans, camicia appena sbottonata, come l’uomo che non deve chiedere mai, gambe arcuate da cow boy alla Brokeback mountain, indice sicuro puntato sulla folla. Il Predicatore sa tanto di Tom Cruise in “Magnolia”. Se la prima parte di “Bigger than Jesus” è più monocorde, piena di documenti e rimandi scientifici ed accademici (noiosa), piatta, sembra di assistere ad una conferenza sulle incongruenze “Codice da Vinci”, la seconda esprime e porta in primo piano la potenza, oltre che del contenuto, comunque fazioso, della figura scenica di Miller. L’attore si carica ed implode, prende vigore via via che il testo gli passa in bocca e si esalta quando a parlare per lui è il suo corpo o gli stratagemmi- meccanismi messi in atto da una regia accurata e semplice ma al tempo stesso illuminata e curiosa. Tre le scene da segnalare: veramente emozionanti. La parte del “Volo per Gerusalemme” è colorata come un camaleonte. Un aereo in caduta libera, con Dio che non può niente, diviene l’esemplificazione dell’11 settembre con la scena dell’impatto al suolo mista a mille immagini che scorrono ad altissima frequenza nello schermo come ultimo momento o attimo rem dei bulbi oculari, o della memoria visiva terrena, in una striscia cartoonist sulla vita. Altro faro della piece è un presepe del tutto particolare. Un’ultima cena dove la statuetta di Gesù, che si muove su una duna di sabbia da litorale di Fregene o viareggino caduto dall’alto come rena di clessidra che indica lo scorrere ansioso e perenne del Tempo, è accompagnata da soldatini, un pupazzo raffigurante Bush, una contadinella, Luke e Obi Wan di Guerre Stellari che guerreggiano con le spade laser ed un Giuda - Homer Simpson irriverente e sacrosanto. Il tutto assomiglia al presepe caustico e delirante di “Quattro Formaggi”, l’ennesimo coprotagonista dell’ennesimo romanzo di Niccolò Ammanniti, “Come Dio comanda”. Una tavolata alla quale tutti vorrebbero presenziare. Si apre il sipario. Un altare nel suo mantello rosso e Gesù-Miller ci appare, si trasfigura e trasforma con tanto di barba iconografica e capelli lunghi, mentre le immagini del suo volto, Sindone, vengono proiettate sulla sua schiena nel suo abito- stola da chierichetto. L’ultima scena da madonnaro vede Miller che con la restante sabbia con gesti sottili e decisi disegna il volto di Gesù in un quadro, prontamente ripreso dalla telecamera, picassiano ma nitido. La Messa è finita, come direbbe Nanni Moretti.

Voto 7½ 

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