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  23/06/2024 - 20:42

 

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Scanner - cinema
 


Cannes 1999: la premiazione
Le sorprese di Mr. Cronenberg
Scanner sulla Croisette

 




                     di Riccardo Ventrella


Presentazione del Festival di Cannes 2001
Panoramica di Cannes 2001
I premi di Cannes 2001
La stanza del figlio
The man who wasn't there
Shrek
Moulin Rouge
The Pledge - La promessa
Almost Blue


Cannes 2000: presentazione del festival
Cannes 2000: seconda corrispondenza
Cannes 2000: terza corrispondenza
Cannes 2000: quarta corrispondenza
Cannes 2000: la premiazione
Panoramica di Cannes 1999
Cannes 1999: la premiazione


Per fortuna i nostri ultimi franchi li abbiamo spesi in una sontuosa teoria di margaritas, piacevolmente affacciati sul mare, piuttosto che in scommesse sui verdetti di Cannes. Le voci di corridoio, le solite, sussurravano clamorose sorprese. E sorprese sono state, anche se la Palma d'Oro assegnata a Rosetta, di Luc e Jean Pierre Dardenne poteva essere evento prevedibile. La variabile-Cronenberg, l'influenza che il presidente di giuria avrebbe esercitato sul verdetto, facendolo corrispondere in qualche modo ad una sua idea di cinema, non era stata adeguatamente conteggiata. Così si spiega l'interesse per un film estremo come L'Humanitè, di Bruno Dumont. Il più discusso di tutto il festival, che ha quasi portato alle mani capannelli di critici. Stroncato dai più, difeso da santoni come Michel Ciment di Positif, personalmente L'Humanitè ci ha tediato. Ovvero, quando l'oggetto della rappresentazione (la noia della provincia) si trasmuta in una modalità di fruizione (la noia della poltrona durante la proiezione). Ma è qui che il cinema confina con il calcio, relativamente al tifo, un tipo di calcio dove l'arbitro, il giurato, conta moltissimo. Destano un certo disappunto i premi agli attori Emmanuel Schotté e Severine Canneele, perché noi tifavamo per Bob Hoskins. Nè può essere motivo di interesse lo scandaletto che il film ha generato, a causa del pube femminile (di donna morta, per giunta, e di morte violenta) ripreso in primo piano, corollario della dettagliata cronaca di un'evacuazione appartenente all'opera precedente di Dumont, La vie de Jesus. Si rischia di parlare più di questo, che non del successo dei fratelli Dardenne, accompagnato da una Palma ex-aequo all'attrice Emilie Duquenne. Rosetta è un film di una delicatezza appassionata, la vicenda di una ragazza che non riesce a trovare un lavoro stabile. Per i Dardenne, che quando camminano assomigliano tanto ai Dupont di Tin Tin, una conferma dopo il bell'esordio della Promesse. Eroe della serata Pedro Almodovar, graziato del premio alla regia per Todo sobre mi madre: deluso, sulle prime, è salito sul palco esordendo con un "non piango, sono un regista", finendo per fare una sentita dedica al pubblico e alla democrazia spagnola, nonché al suo ricco parco di attrici. Ovazione. Peccato per Kitano, ma il suo film resterà una grande emozione, come vederlo in smoking salire il tappeto rosso. E resteranno Felicia's Journey di Atom Egoyan, e The Straight Story, finalmente un gran David Lynch. Qui vince uno solo, il resto lo danno il cuore e il futuro.


La Palma più incomprensibile ? Quella agli sceneggiatori di Moloch, di Alexandre Sokourov. Micidiale, veramente, al di là di ogni personale opinione, il film sulla "giornata particolare" di Hitler ed Eva Braun. Quella più commovente ? Il premio della giuria all'arzillo Manoel De Oliveira, novant'anni e passa e la storia del cinema dietro le spalle. Kristin Scott-Thomas ha animato (si fa per dire) una premiazione ingessata, come tutto il Festival. Elegante e vagamente egizia, non ha risparmiato un pistolotto sulla guerra. Inevitabile. Pieno di charme Michel Piccoli (che ha vezzosamente estratto gli occhiali prima di leggere il suo verdetto), bellissima Cate Blanchett, mentre Laetitia Casta era più spigliata a Sanremo. Duole rilevare il discorsetto palloso che Sophie Marceau, investita della responsabilità di presentare la Palma d'Oro, ha tenuto sul cinema. Fischi non solo al panegirico ma anche ad un paramento un po' sopra le righe. Il Festival è finito. Strano e pre-millenaristico, quaresimale in certe restrizioni, volutamente poco mondano. Era come aver dimenticato la valigia con i vestiti giusti a casa, ed essere così costretti ad andare in giro con un abbigliamento da grande magazzino. Ed ora, grazie a Dio, si torna a casa, con il sale dell'ultimo margarita sulla punta delle labbra e la chiave di un residence angusto, dove raramente siamo stati, in questi giorni.

Voto 7 

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