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  21/09/2019 - 10:49

 

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La Principessa Mononoke
Un anime di Hayao Miyazaki
La tensione tra uomo e natura

 




                     di Gabriella Gavioli


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La definizione esatta è anime. Quindi non chiamatelo cartone animato, per carità. Film di animazione, se proprio volete.

La Principessa Mononoke, del regista giapponese Hayao Miyazaki, approda finalmente in Italia a ben tre anni dall’incredibile successo riscosso in Giappone e non solo (il film è stato candidato al premio Oscar come miglior film straniero e ha avuto un'ottima accoglienza al festival di Berlino del 1998).

La storia è ambientata nel Giappone medievale dell’era Muromachi (1392-1573), periodo storico di grandi mutamenti, passaggio dalla società agricola e feudale ad una società proto-industriale.

Il tema è uno di quelli cari a Miyazaki: la tensione fra uomo e natura, ma con una nuova maturità rispetto ai lavori precedenti (Conan, Nausicaa, Laputa ).

Una piccola comunità comincia l’approccio alla lavorazione del ferro e questo porta, come conseguenza, la volontà di abbattere sempre più alberi per il fabbisogno della comunità e della nuova industria (non suona troppo lontano da quel che viviamo anche ai nostri giorni).

Nella foresta vivono i Mononoke, lupi di montagna, esseri divini che insieme ad altri animali, anch’essi divini, cercano di difendere il bosco dall'invasione degli umani. In mezzo a loro c’è San, giovane umana cresciuta in mezzo ai lupi, la Principessa Mononoke, una figlia della natura. Anche lei combatte per la sua foresta.

Combatte l’odio che, tramite questo primo tentativo di civilizzazione, sta divorando gli esseri divini della natura, trasformandoli in demoni orrendi assetati di altro odio. Ashitaka, l’eroe del film, incontra uno di questi demoni, la cui natura è stata corrotta, e ne viene infettato. Deve quindi cominciare un viaggio, che non è solo fisico, ma attraversa la realtà e l’apparenza delle cose, per capire cosa è accaduto. Dove è cominciato l’odio e come fermarlo.

Così incontrerà la Principessa Mononoke, la aiuterà a fare il possibile per salvare la foresta e assisterà al miracolo della vita che si rigenera, nonostante la civiltà, nonostante l’odio, al di sopra di tutto.

Il grande pregio del film di Miyazaki sta nella complessità del suo messaggio, nel far vedere ai suoi spettatori tutte le angolazioni del vero. Niente messaggi melensi sull’ecologia, niente sentimentalismi che spesso sono banalizzazioni di un problema. Qui non esiste il bianco e il nero, non ci sono buoni e cattivi, giusto e sbagliato in senso assoluto. Qui è come nella vita reale. Le cose sono alla continua, affannosa ricerca di un equilibrio.

Ashitaka non uccide i cattivi, non è consumato dalla vendetta per chi ha causato la maledizione che lo sta consumando, solo cerca di vedere le cose ‘con sguardo limpido’, senza pregiudizi.

San, per quanto lo ami, non potrà restare con lui, perchè lei è una figlia della foresta, umana solo per metà e la loro natura impedisce che le cose vadano come vanno sempre nei film, ma giusto lì.

Perfino Eboshi, la donna che insegna l’uso del fucile, che chiede l’abbattimento della foresta e non teme neppure di sparare al grande Dio Cervo, perfino lei non è una cattiva nel senso canonico del termine. La sua comunità la ama, perchè ne ha migliorato le condizioni di vita, perchè ha liberato le donne schiave del maschilismo, perchè ha curato i lebbrosi a rischio della sua stessa vita.

Ognuno combatte la propria causa, cammina per la propria strada e questo può voler dire dover calpestare qualcosa o qualcuno, oppure doversi sacrificare o ancora dover imboccare sentieri solitari, alle volte. È la legge della vita.

Quel che si narra, in un mescolarsi di avvenimenti storici e leggende giapponesi, è la storia di un cambiamento che, inevitabilmente, risulterà essere difficile, doloroso. Ma porterà a un nuovo equilibrio.

Allo stesso modo il finale non è un lieto fine e non è neppure un finale a sorpresa di quelli che lasciano tutti con l’amaro in bocca. Ognuno ne dia la definizione che vuole. Ma semplicemente è un punto. E dopo un punto si va a capo. E si ricomincia. A creare un nuovo equilibrio, ad andare incontro al proprio destino, perchè solo vivendolo si potrà cambiarlo.

Voto 8 

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