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  17/10/2017 - 16:53

 

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Scanner - musica
 


U2
The best of 1990-2000
[Island 2002]

 




                     di Paolo Boschi


The Joshua Tree
Dimmi chi erano gli U2
Pop
The best of 1980-1990
All that you can't leave behind
The best of 1990-2000


Difficile prescindere dal richiamo di una nuova uscita degli U2, anche se si tratta di un best of perfettamente inquadrato nella logica perversa della raccolta antologica, spesso dichiaratamente commerciale. Un artista segue la sua strada, pubblica qualche disco e, ad un certo punto della sua carriera, sforna una compilation di successi per capitalizzare in fretta gli sforzi precedenti. Allargare simile concetto a Bono Vox, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. sarebbe quanto meno ingeneroso, perché il gruppo di Dublino, da almeno quindici anni a questa parte, si è guadagnato a forza di coerenza e talento (connubio difficile da prolungare nel tempo) il titolo di rock band più amata a livello planetario. In ogni caso The best of 1990-2000 obbedisce alle regole d’oro del genere miscellaneo – tutti i successi per i fans dell’ultima ora più gli immancabili inediti per richiamare collezionisti inveterati –, con l’importante distinguo che come altri grandi (Beatles, Dylan e Queen, per citare qualche nome) Bono e soci hanno ottimamente optato per antologizzare la loro ragguardevole produzione in più puntate. Se la prima, archiviata in The best of 1980-1990, poteva contare sull’indubbio vantaggio di una maggiore linearità, la seconda, pubblicata nel profluvio di strenne antologiche prenatalizie, racconta un periodo sicuramente più complicato sul versante della sperimentazione musicale, che parte dal controverso Zooropa per chiudere in cerchio con ritorno a sonorità assodate dell’ultimo All that can’t you leave behind. Se ogni gruppo ha un punto di massima vena creativa dopo il quale può tentare soltanto di restare all’apice, gli U2 hanno probabilmente toccato quel vertice tra The Joshua Tree e Rattle and hum: per certi versi durante gli anni Novanta la band di Dublino è stata costretta, giocoforza dall’incredibile popolarità raggiunta alla fine degli anni Ottanta, a ricercare nuovi traguardi, ad andare oltre, non sempre con risultati felici, come nel caso della sterzata elettronica di Pop. Nonostante ciò nel decennio antologizzato nel disco gli U2 hanno anche creato una manciata di gemme musicali destinate a durare, molto spesso ballate marcate da tramature chitarriste semplici ma di grande impatto. The best of 1990-2000 le ripropone tutte, nessuna esclusa: One, tanto per cominciare, forse la ballata più intensa in oltre vent’anni di carriera, e Stay, semplicemente meravigliosa nella sua insostenibile malinconia, Staring at the sun, Beatiful day, l’idillica Stuck in a moment you can't get out of, perfino i due ottimi inediti The hands that built America e la notevole Electrical storm, proposta nel remix di William Orbit. All’appello non mancano neppure i brani rock più movimentati: l’apripista Even better than the real thing, l’acida Gone, Until the end of the world, la scatenata dance di Discotheque, le sonorità dark di Hold me, thrill me, kiss me, kill me. Come neanche le cose più strane, tipo l’irresistibile Numb o Miss Sarajevo, dall’esperienza con i Passengers. In totale sedici brani imperdibili – e come potrebbe essere altrimenti in una raccolta degli U2? – che faranno la felicità di neofiti e fans di vecchia data.

U2, The best of 1990-2000 [Island 2002]

Voto 8 

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