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  22/08/2019 - 06:28

 

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Scanner - musica
 


U2
The Joshua Tree
[Island 1987]

 




                     di Paolo Boschi


The Joshua Tree
Dimmi chi erano gli U2
Pop
The best of 1980-1990
All that you can't leave behind
The best of 1990-2000


Nel panorama musicale, scenario privilegiato del consumo di massa, uno dei postulati base è che i miti planetari spesso finiscono per fagocitare se stessi alla velocità con cui hanno raggiunto la cima. Con qualche piacevole eccezione, come gli U2, che sono il gruppo rock per definizione almeno dalla pubblicazione, datata 1987, di The Joshua Tree. Prima il quartetto di Dublino era diventato un gruppo di culto con una manciata di album che proponevano un rock epico e foriero di messaggi, impegno, denuncia – Boy, October, War –, dimostrato un’esplosiva energia dal vivo nel live Under a blood red sky, e cominciato ad affinare il proprio suono affidandosi alle cure di Brian Eno – guru indiscusso della musica rock contemporanea, convinto da Bono dopo lungo corteggiamento – a partire da Unforgettable fire, uscito nel 1985. La messa al punto della band coordinò in un felice equilibrio l’anima sonora del gruppo (la chitarra di The Edge) e il cuore creativo (i testi di Bono e, ovviamente, la sua incredibile voce). Il tutto si focalizzò magicamente in The Joshua Tree, probabilmente l’album più significativo degli anni Ottanta, il disco con cui gli U2 sfondarono in America e, conseguentemente, in tutto il mondo, diventando la rock band di fine secolo per definizione. Le undici tracce di The Joshua Tree nel complesso trasmettono l’impressione di un’alchimia difficilmente ripetibile di musica e messaggi: Leitmotiv privilegiato della tracklist è l’America, o meglio la percezione europea dell’America nel suo contraddittorio mosaico di luci ed ombre. Questo sforzo di sintesi stratificata si condensa in un disco dove tutto funziona e in cui ogni tessera finisce per intarsiarsi al posto giusto: un titolo evocativo che rimanda agli alberi dei deserti del Sud-Ovest americano, capaci di crescere nonostante la carenza d’acqua; un attacco programmatico e musicalmente saturo come Where the streets have no name cui corrisponde, nove tracce più in là, una conclusione distensiva come Mothers of the disappeared, dolcissima, quasi ecclesiale nella solennità del suo crescendo. In mezzo nove tracce inanellate come le perle di una collana, nove canzoni che esaltano e fondono misteriosamente i talenti dei quattro di Dublino: il gioioso senso di ricerca di I still haven’t found what I’m looking for, la malinconia densa ed ombrosa di With or without you – una ballata dove il basso di Clayton si supera –, le cupe spezzature di Bullet the blue sky – con Larry Mullen Jr. at his best –, l’insostenibile dilatazione acustica di Running to stand still, quindi una ballata d’impatto come Red hill mining town, che costituisce un perfetto dittico con la successiva saturazione chitarristica di In God’s country, quindi il folk rock di Trip through your wires, che pare una rilettura del periodo Nashville di Bob Dylan, e ancora la delicatezza di One tre hill, ed infine Exit, un brano che emerge dal silenzio e richiama With or without you da una prospettiva più oscura. L’anno successivo l’arte musicale degli U2 fu immortalata su celluloide in Rattle and hum, che condensò molte esibizioni live dei nostri eroi (con relativo album dalle sonorità ancora più americane), ma il 1987 fu senza dubbio l’anno di grazia del gruppo irlandese.

U2, The Joshua Tree [Island 1987]

Voto 8½ 

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