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  18/12/2017 - 04:01

 

  home>musica > rock

Scanner - musica
 


U2
All that you can't leave behind
[Island 2000]

 




                     di Paolo Boschi


The Joshua Tree
Dimmi chi erano gli U2
Pop
The best of 1980-1990
All that you can't leave behind
The best of 1990-2000


Si chiamano Bono Vox, Adam Clayton, Larry Mullen Jr. e The Edge, meglio noti come U2, e da vent'anni sono gli indiscussi alfieri mondiali del verbo del rock, sacro e profano allo stesso tempo, che la band irlandese ha sempre interpretato, grazie all'indiscusso carisma del leader, con una decisa e costante vocazione messianica, perché il rock quando arriva, arriva, con le sue vibrazioni foriere di messaggi, emozioni, obiettivi, denunce. Gli U2 sono tutto questo e, a Duemila inoltrato, hanno deciso di tornare con All that you can't leave behind, abbandonando le sperimentazioni elettroniche di Pop (1997), il precedente lavoro, che qualche dubbio nei fans di vecchia data l'aveva destato. Le undici tracce del loro undicesimo album di studio, arrivato giusto a due anni dal best of del decennio 1980-90, segnano infatti un ritorno alle radici per il quartetto irlandese, un deciso recupero delle sonorità rock con le quali gli U2 si sono imposti come la band più amata del pianeta. Si comincia con il singolo Beautiful day, successo annunciato che ha preceduto l'uscita del disco, un rock rarefatto che prende avvio sul versante melodico per crescere di ritmo ed intensità con decise accelerazioni chitarristiche. Dopo l'apripista arriva anche una delle canzoni più suggestive dell'intero album, ovvero Stuck in a moment you can't get out of, una ballata soul che progressivamente va aprendosi grazie al prodigioso crescendo vocale di un Bono in gran forma, pronto a far esplodere il tiro delle ottave nel finale. Il brano successivo, Elevation, è probabilmente la canzone più ballabile dell'album, dotata di un refrain contagioso che ci spiega come per gli U2 la via elettronica al rock non sia dimenticata ma ancora utile tra le righe. Con Walk on il gruppo ci racconta cosa lasciarsi alle spalle andando avanti con una canzone archetipica del premiato sound U2, una ballata a pronta presa emotiva che affonda a piene note nel bagaglio cromosomico del gruppo e ben si accorda alla successiva canzone, la delicata Kite. Poi arriva In the little while, la gemma dell'album, incastonata in posizione centrale ed introdotta da un contagioso arpeggio di marca blues. Superato il fulcro di All that you can't leave behind, gli U2 chiudono le danze con la folkeggiante Wild honey, Peace on Earth - che affronta in modo non banale un tema difficile come la pace nel mondo - che forma un ideale dittico sognante con la successiva When I look at the world, l'ombrosa New York (la più 'contemporanea' della track list, dedicata alla babelica Grande Mela) e la conclusiva Grace, delicatissima, tanto per ricordarci che abbiamo ascoltato il disco di una rock band in stato di grazia. Gli U2 tornano alle proprie radici musicali senza scordare i passi topici della loro evoluzione artistica: il disco se non è un capolavoro, ci va pericolosamente vicino e presenta undici brani di valore assoluto. I fans storici del gruppo possono esultare a buon diritto...

U2, All that you can't leave behind [ Island]

Voto 8 

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