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  20/11/2017 - 11:02

 

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Scanner - musica
 


Ben Harper
Diamonds on the inside
[Virgin 2003]
Un artista e la sua chitarra

 




                     di Paolo Boschi


Burn to shine
Diamonds on the inside
Give ‘till it’s gone


Avere fin dall’esordio un nume tutelare del calibro del mitico bluesman Robert Johnson – si sussura che il suo leggendario talento chitarristico gli fosse stato donato da un diavolo a un incrocio di strade, ovviamente in Mississippi – come immediato termine di paragone non è mai stato un problema per Ben Harper, classe 1969, uno dei maggiori virtuosisti della chitarra slide attualmente sulla scena. Ed è proprio on stage che Harper non manca mai d’entusiasmare il gentile pubblico suonando seduto la sua Weissbourn appoggiata in piano, una chitarra molto in voga negli anni Trenta ed in cui il cantautore californiano ha cominciato ad affinarsi da bambino per ritrovare quelle sonorità blues poi divenute il marchio di fabbrica del suo già ragguardevole repertorio. Dall’esordio con Welcome to cruel world nel 1993 fino al recente Burn to shine Ben Harper si è conquistato uno zoccolo duro di fans, soprattutto Oltreoceano, nella vecchia Europa, arricchendo nel corso degli anni il naturale punto di riferimento del blues delle origini con l’hard rock di Jimi Hendrix ed il reggae di Bob Marley. Non a caso Diamonds on the inside risulta fin dal primo ascolto l’album più complesso ed eterogeneo finora realizzato da Harper nella sua carriera: oltre ai continui riferimenti al blues, all’hard rock ed al reggae, nelle quattordici tracce complessive in scaletta si trovano spruzzatine di jazz, un po’ di funk, perfino qualche goccia di folk miscelato a canzone d’autore, come accade, giusto per esemplificare, nella magnifica When she believes, una dolcissima scheggia d’immensità incisa su supporto Cd. Proprio questa intensa ballad ci consente di allargare il discorso al sound del disco nel suo complesso, un sound che ha acquistato nuovi elementi mai utilizzati da Harper in precedenza, come gli archi della sopracitata canzone, o come l’utilizzo di loop elettronici o l’imponente presenza di tastiere. Ma passiamo ad esaminare più in dettaglio Diamonds on the inside avvertendo subito che siamo probabilmente davanti al più bel disco realizzato finora da Ben Harper, che è riuscito ad esprimersi al meglio sia dal punto di vista musicale che sul fronte della composizione: l’album prende avvio con il contagioso reggae di With my own two hands, ingrana la marcia con il blues essenziale di When it’s good, si dilata come un fiore che sboccia nella solare titletrack; nella traccia successiva Harper scala di ritmo con l’ombrosa ballad Touch from your lust, che costituisce un dittico con la sopracitata When she believes, un brano destinato a rimanere topico nella produzione harperiana. Costituiscono un dittico anche i brani seguenti, stavolta in direzione funk: la ridente Brown eyed blues, più melangiata, e Bring the funk, un funk decisamente più canonico. La seconda parte dell’album parte con Everything, una ballad a pronta presa di sapore tipicamente West Coast e vagamente folk. Più in direzione intimistica Amen omen, essenziale ed intensa, mentre in Temporary remedy Harper riecheggia l’Hendrix elettrico, come pure nell’ipercinetica So high so low. Nella coda di Diamonds on the inside il cantautore e chitarristica californiano pare voler voler chiudere il discorso con intensa delicatezza: a ruota si susseguono la splendida Blessed to be a witness, il magnifico canto ‘africaneggiante’ Picture of Jesus, ed infine She’s only happy in the sun, un’eterea quisquilia che nelle corde di Ben Harper diventa una colomba che si libra leggera nel cielo contro il sole. Un album imperdibile. Ben Harper, Diamonds on the inside [Virgin 2003]

Voto 8+ 

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