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  07/04/2020 - 15:15

 

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Isabel Allende
Il mio paese inventato
Milano, Feltrinelli, 2003; pp. 190

 




                     di Paolo Boschi


Afrodita
La figlia della fortuna
Ritratto in seppia
La città delle bestie
Il mio paese inventato
Il regno del Drago d'Oro


Nata a Lima nel 1942, Isabel Allende è vissuta in Cile fino a l 975 esercitando la professione di giornalista. In seguito al Golpe di Pinochet si è trasferita in Venezuela e quindi negli Stati Uniti dove, a partire dal romanzo d’esordio del 1982 intitolato La casa degli spiriti – poi divenuto nel 1993 un film di Bille August –, nel breve volgere di pochi anni si è imposta come una delle migliori voci della narrativa contemporanea: della Allende finora in Italia per i tipi della Feltrinelli sono apparsi D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), la miscellanea erotico-gastronomica Afrodita, La figlia della fortuna (1999) e Ritratto in seppia (2001). Dall’anno scorso la Allende ha inaugurato con La città delle bestie il suo nuovo corso, con l’atto primo di una trilogia avventurosa per ragazzi. Il trait d’union di ogni sua prova letteraria finora è rimasto un costante successo di pubblico su scala mondiale. Emigrante per necessità quando ancora non era una scrittrice, a sessantuno anni la Allende ha avvertito il bisogno di stilare un resoconto autobiografico delle proprie esperienze ed è nato Il mio paese inventato, un libro che è un crocevia di memoria, appunti di famiglia, proiezioni mentali d’un paese e dello stato d’animo d’un popolo: un volume così, spiega la Allende, può nascere magari perché un nipote può ricordarti l’urgenza del tempo che scorre via e perché casualmente un lettore può chiederti il ruolo della nostalgia nei tuoi romanzi. E per un’autrice celebrata può anche accadere di rilevare che effettivamente la scrittura per lei finora è stata il costante esercizio di nostalgia di una donna costretta per ragioni particolari a vivere un’esistenza di forestiera a vita, salvo scoprire il senso d’appartenenza per la propria patria d’adozione in seguito al terribile attentato terroristico di martedì 11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York, un attentato andato in scena nello stesso giorno della settimana e del mese del golpe militare cileno del 1973, organizzato con l’appoggio della Cia contro il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto dal popolo. Valicate le Ande la scrittrice ammette di aver inconsapevolmente iniziato a reinventarsi il proprio amato paese come un luogo mentale, fatto di ricordi e sogni fusi insieme in modo intrigante e talvolta indecifrabile: e pagina dopo pagina la geografia (inventata) di un paese e il carattere dei suoi abitanti (come della variopinta famiglia dell’autrice) va acquistando definizione un aneddoto dopo l’altro, dal convinto pragmatismo nazionale alla particolarissima conformazione geologica della nazione, “il posto più lontano dove si possa andare senza cadere giù dal pianeta”. Dio, l’infanzia, i vizi e le virtù cilene, la borghesia, la storia, la nostalgia, le vecchie case di famiglia, ed i dolci indimenticabili dell’immaginario di una bambina: Il mio paese inventato è tutto questo, proposto nel casuale ordine della memoria della Allende e raccontato con il suo sempre efficace stile affabulatorio.

Isabel Allende, Il mio paese inventato, Milano, Feltrinelli, 2003; pp. 190

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