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  30/03/2020 - 21:25

 

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Scanner - musica
 


Macy Gray
The trouble with being myself
[Epic - 2003]

 




                     di Paolo Boschi


On how life is
The Id
The trouble with being myself


Sarà davvero un problema essere come Macy Gray? Lei, freak confessa, continua a dilettarsi ad ammaliare un sempre più vasto pubblico con quella sua voce aggrovigliata, inusuale, particolarissima, ‘sporca’, unica, per dirla con un solo aggettivo. Il suo modo di cantare a tratti quasi strascicato sembra fatto apposta per esprimere tutte le gradazioni cromatiche della black music, dal soul al rhythm’n’blues, passando tra schegge di funk e frammenti di hip hop, e sarebbe davvero curioso ascoltarla alla prova con un blues di quelli davvero insostenibili, o magari con un classico di jazz d’epoca, chissà – Macy Gray d’altra parte va presa così, esattamente nel modo in cui lei decide di mostrarsi al gentile pubblico –. Ma entriamo decisamente nel merito dei dodici brani più ghost track conclusiva che costituiscono The trouble with being myself, il terzo album in carriera per Macy Gray: si comincia dalla contagiosa When I see you, una canzone che comincia ad intrigare l’ascoltatore nel giro di un refrain per non lasciarlo più. Si continua con If ain’t the money, in morbido duetto con Pharoahe Monch, un brano che si dipana in modo molto sensuale tra funk ed hip hop. Dopo aver accordato la propria ugula in chiave più prettamente sperimentale, la Gray decide di sorprenderci con uno di quei soul decisamente insostenibili sul fronte emotivo in cui la voce della cantante originaria dell’Ohio si esalta volando sulle corde dei sentimenti, conducendo l’immaginario dell’ascoltatore nella direzione in cui decide lei: stiamo parlando ovviamente di She ain’t right for you, una ballata R’n’B con tanto di organo Hammond in perfetto stile anni Sessanta. Altra traccia, nuova esemplificazione di groove con Things that made me change, ballata tra il confidenziale e l’intrigante, davvero molto contagiosa, che costituisce un ideale trittico di variazioni sul tema con il brano precedente ed il successivo Come together. A metà disco Macy Gray si ricorda che i ritmi più accelerati la valorizzano molto e cambia marcia con She don’t write songs about you. E subito dopo torna nuovamente al suo lato balladeer con l’intensa Jesus for a day, che sembra sbocciata fuori da chissà quale scrigno di gemme R’n’B perdute nel tempo. Mentre la scatenata ritmica chicana di My fondest childhood memories, le digressioni protoinfantili di Screamin’ e le divagazioni jazzate della conclusiva Every now and then non sembrano lasciare tracce significative, è doveroso segnalare la restante coda di The trouble with being myself, che propone due piccole gemme: alludiamo alla deliziosa liquidità di Happiness ed all’intensa emotività di Speechless. L’atteso terzo album della Gray per certi versi costituisce la prova del nove dopo l’esplosivo (e tardivo) esordio con On how life is e la convincente conferma del successivo The id: c’è da aggiungere che Macy Gray è una cantante che si fa amare o finisce per stancare, essendo prigioniera di una voce difficilmente ricollocabile ed avendo già raggiunto al debutto livelli difficilmente ripetibili. Disco comunque imperdibile.

Macy Gray, The trouble with being myself [Epic 2003]

Voto 7½ 

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