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  20/10/2019 - 22:20

 

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Salis – Bollani - Cantini – Pareti - Ferra
Pokerissimo di teste coronate
Antonello Salis fisarmonica, Bebo Ferra chitarra, Stefano Bollani piano, Lello Pareti contrabbasso, Stefano Cocco Cantini sax
In concerto Ex Cava Parco di Pietra Roselle (Grosseto) il 18 agosto 2006 per il Grey Cat Festival

 




                     di Tommaso Chimenti


Cinque re per una serata superba, cinque assi nella manica. Il Parco di Pietra di Roselle, location che sfora nel mitologico e sfiora l’aulico, con l’ex cava intrisa di memoria e calli e sudore nella distesa del terreno circondato da alti cipressi carducciani, è già di per sé uno spettacolo immobile, possente e mistico. Il Grey Cat è una festa di piazza, atmosfera da sagra di paese gioviale, un matrimonio alla balcanica, un caos ordinato in ebollizione. Cocco Cantini è il deus ex machina, il capofila dell’allegra brigata. Conduce per mano, saggio e fiero, preciso e compunto per equilibrare la canzonatura che aleggia nell’aria. E’ un gran signore aristocratico nei suoi gesti semplici e calmi. E’ Mangiafuoco e Magnifico Rettore e Masaniello. Condottiero romano, impettito dosa i tempi, asciuga, centellina o prolunga i momenti d’invettiva sonora come quelli di accresciuto assenzio d’ensemble. La vertigine la maneggia a dovere, plasma, tiene le redini ma con prontezza è astuto nel lasciare la briglia ai puledri scalmanati, a dare corda al muggine preso all’amo, al vitello che ronza nel lazo. Primo tra i ribelli, vero maestro della commistione tra jazz e goliardia, tra tecnica e padronanza sopraffina dello strumento come dell’inventiva sull’oggettistica da utilizzare per ricreare nuovi sound originali, è Antonello Salis. Da Villamar con furore. Bandana berlusconiana regimental nel suo clichè balneare, costume e canottiera a mostrare i muscoli, il largo e palese sorriso. E’ una piacevole spina nel fianco, un ramarro che scappa e non si fa prendere, un’iguana impossibile da gestire, spiazzante verso i compagni, stravolge programmi e scalette e copioni, aizza la banda, suda a gogò con impeto e passione. Il pubblico è in adorazione e pende dalle sue dita frenetiche e festose che si muovono spumeggianti come surfisti sull’onda lunga. Le sue gag infiammano: una bottiglia di plastica spiaccicata, un sacchetto nero per l’immondizia, una ciambella da bagno rosa fucsia shocking. Potrebbe suonare l’aria e dargli un tocco tutto suo, un timbro univoco e rivoluzionario. Al loro fianco il cagliaritano Bebo Ferra alla chitarra, un po’ schiacciato dalla presenza scenica degli altri ed in sordina, e Lello Pareti al contrabbasso, più bravo con lo strumentone portato a braccetto come un dama al Ballo delle Debuttanti che con le parole timide. Fanno da gran cornice, da eccelso corollario alla star Bollani che arriva raggiunto da urla di fan scatenate e flash impazziti. Special Guest indiscussa, spalla ideale. Distribuisce humour a catinelle, ironia a badilate, numeri da cabaret in giochi vagamente circensi, iperboli strumentali. Contaminazione sembra essere la sua parola d’ordine. Suona, stoppa, riparte, sorride compiaciuto, abbozza assoli, miscela sapiente classica e new, s’improvvisa attore e giullare, gigione, il suo trono è il piccolo sgabello dietro al pianoforte che lo protegge e lo esalta, prolungamento di sé come la chitarra per Jimi Hendrix. Bollani fa l’amore con il piano, lo carezza e lo coccola come purosangue prima del Palio. Suona e ride e si promette agli scatti, continui e generosi, al feticcio estivo di una serata speciale. E alla fine canti sulla recente vittoria al Mondiale tedesco e canti contro Zidane e la sua testata. Da spellarsi le mani. Si vede che si divertono. Un amplesso di orecchie e cuore, gambe, occhi ed occhiaie di fine estate, lasciando un sorriso tutt’altro che ebete, con l’unico rammarico, inevitabile, della fine. Happy end, comunque.

Voto 8 

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