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  18/12/2017 - 09:51

 

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Scanner - musica
 


Giorgio Gaber
Io non mi sento italiano
[Cgd East West 2003]
Il Signor G è morto: lunga vita al Signor G!

 




                     di Paolo Boschi


La mia generazione ha perso
Giorgio Gaber dal vivo
Io non mi sento italiano


Cantattore per definizione, chansonnier di periferia, uomo di spettacolo completo, ma soprattutto “uomo” nel vero senso del termine, capace di esiliarsi senza rimpianti dai lustrini della TV e da una carriera già tracciata in cerca della verità o semplicemente sulle orme indistinte del senso riposto delle cose sul palcoscenico di un teatro, in grado di cogliere le mille idiosincrasie di una società, come quella italiana, che non è proprio il massimo come giustizia sociale e sistema dei valori, a pensarci bene: stiamo parlando ovviamente di Giorgio Gaber, che se n’è andato in punta di piedi il primo gennaio del 2003, a soli sessantatre anni, poco prima di aver terminato le registrazioni della sua ultima fatica discografica, Io non mi sento italiano, uscita postuma. Fermo restando che l’ascolto dei brani induce una logica commozione per la scomparsa di un uomo intelligente e di un artista veramente originale, entriamo nel dettaglio della tracklist rilevando subito che, tra le dieci tracce complessive, sono sei le canzoni inedite e quattro i brani estrapolati dal vasto repertorio teatrale dell’uomo di spettacolo milanese. L’album si apre all’insegna della pensosa amarezza che contraddistingue Il tutto è falso, una disincantata fotografia di un mondo in cui, a voler togliere le cose false che lo affollano, non resta più niente. La tonalità di generalizzato pessimismo è la stessa che marcava La mia generazione ha perso, ravvivata, esattamente come il precedente album di Gaber, da sprazzi di irridente vitalismo e squarci di intenso lirismo, come nel caso della successiva traccia Non insegnate ai bambini che, ad ascoltarla dopo la scomparsa di Gaber, sembra quasi l’eredità morale di un uomo saggio e sensibile, preoccupato di far crescere le nuove generazioni al di fuori dalle pastoie ideali degli adulti di oggi. A ruota arriva anche la title track, un’allegra marcetta che passa in rassegna le troppe idiosincrasie della società italiana, con un’agilità ed una capacità di dettaglio sorprendenti, senza mai esagerare perché, se Gaber non si sente italiano, ammette “per fortuna o purtroppo” di esserlo. Ad un dipresso il disco prosegue con L’illogica allegria, che ci racconta la sensazione di paradossale armonia che un uomo sa trovare in se stesso anche quando intorno a lui tutto va in rovina, un brano degli anni Ottanta, estratto dallo spettacolo Pressione bassa, esattamente come Il dilemma , giocata sul dilemma per definizione, l’amore. L’album presenta anche due brani degli anni Novanta, ovvero la splendida La parola io (tratta dallo show Un’idiozia conquistata a fatica) e l’impagabile satira ‘catodica’ di C’è un’aria (tratta da Io come persona). Io non mi sento italiano si completa con la disperata I mostri che abbiamo dentro, il blues allusivamente erotico de Il corrotto (davvero delizioso) e la conclusiva Se ci fosse un uomo, una canzone intensa e difficile, volta ad un futuro oscuro in cui s’intravede comunque un barlume di speranza, per certi versi una sorta di testamento spirituale di Gaber. Il Signor G è morto, lunga vita al Signor G: saranno in molti a non dimenticare la sua sensibilità ed il suo acume, mai esibito platealmente, ma diffuso con allusiva ironia.

Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano [Cgd East West 2003]

Voto 8 

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