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  20/10/2017 - 21:53

 

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Scanner - musica
 


Cousteau
Cousteau
[Nun/Edel 2001]
La notte, le ballate e Bacharach

 




                     di Paolo Boschi


Sirena - Recensione
Sirena - Presentazione
Cousteau
Cousteau in tour 2001


Il nome l'hanno mutuato dal noto oceanografo francese Jacques Costeau: l'unico trait d'union che viene in mente ascoltando la loro musica è che anche i cinque Cousteauin fondo sono esploratori, per quanto di abissi sonori e non marini. La band è un progetto del pianista e trombettista inglese (ma di origini australiane) Davey Ray Moor, che ha messo insieme Robin Brown (chitarre), Craig Vear (batteria e percussioni), Joe Peet (basso e violino) ed infine Liam McKahey, inizialmente reclutato come corista ma che poi rivelatosi un vocalist di classe, l'ideale fulcro espressivo attraverso il quale incanalare il composito, lunare e malinconico sound di un gruppo che si muove tra Nick Cavee Pynk Floyd, tra Burt Bacharach e David Bowie (scusate se è poco...). L'album d'esordio s'intitola semplicemente Costeau, e fin dal primo ascolto lascia in circolo una piacevole sensazione di smarrimento: la musica del gruppo inglese rilegge molteplici illustri esempi condensandoli in modo suggestivo e coinvolgente a livello emotivo. Tra le undici tracce del disco (più tre bonus tracks di quelle 'buone') si alternano sonorità cupe, malinconiche, notturne, da locale jazz di un luogo indefinito e di un tempo imprecisato. I Cousteausorprendono a partire dal brano apripista, Your day will come, che è una vera gemma, senza esagerare, una gemma che riflette la grande voce di McKahey: intensa, cavernosa, vibrante, e supportato da un sound che ricorda la vena intimista dei Pink Floyd dei bei tempi andati. Seconda traccia e secondo piccolo miracolo, probabilmente la miglior canzone dell'album: The last good day of the year è bellissima, elegante e sinuosa, e ci porta dalle parti del miglior Bacharach, altro nume tutelare dei Cousteau. A ruota segue la dolcissima Mesmer, una ballata delicatamente cupa, in cui stavolta i Costeau viaggiano per desolate lande bowiane e Liam McKahey sembra David Bowiein un momento indecifrabile del suo passato canoro. Dopo Jump in the river e How will I know, in bilico tra l'emozionante e lo stucchevole, arriva la splendida ballata (Shades of) Ruinous Blue, segnata da un'ouverture pianistica di cristallina bellezza e minimalistici accordi di chitarra David Gilmour-style, una canzone che, con la meravigliosa e rarefatta You my lunar queen, replica a metà album il picco artistico iniziale, spostandosi stavolta dalle parti di Keith Jarrett. Le sorprese non finiscono fino all'ultimo secondo o quasi: è d'obbligo segnalare anche She don't hear your prayer - vagamente folk, piuttosto floydiana, molto avvolgente -, la jazzata Of this goodbye, la delicatezza sinuosa di To know her (ancora Bacharach), il sentimento allo stato puro che colora Rachael lately. Non male neppure la conclusiva Captain Swing, un brano strumentale che contamina trip hop e progressive in modo originale. Come prova d'esordio Cousteauha dell'incredibile: questi cinque inglesi giovani ma non troppo hanno talento da vendere ed ottimi modelli. Un album davvero splendido.

Cousteau, Cousteau [Nun/Edel 2001]

Voto 8½ 

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