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  27/06/2022 - 10:31

 

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Compagnia Sandro Lombardi
L’uomo dal fiore in bocca
Di Luigi Pirandello, drammaturgia Sandro Lombardi, regia Roberto Latini, con Sandro Lombardi, Roberto Latini. Costumi Marion D’Amburgo, luci Gianni Pollini, musiche originali Gianluca Miseti
Cortile del Museo Nazionale del Bargello a Firenze dal 18 maggio al 6 giugno 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


"Il mendicante arabo ha un cancro nel cappello, ma è convinto che sia un portafortuna" ("Alice", Francesco De Gregori)

Pirandello ultimamente ha avuto una nuova riscoperta e verve. Tiezzi aveva portato in scena I giganti della montagna, i Krypton Uno, nessuno e centomila, gli Egumteatro si erano lanciati nel “Questa sera si recita la nostra fine”. Già Cacà Calvalho, l’attore brasiliano che da anni collabora con Pontedera Teatro, qualche Fabbrica Europa fa portò sul palco “L’uomo dal fiore in bocca” in una stanza semibuia. Sandro Lombardi continua nel suo repertorio al Bargello dopo il “Sogno di un mattino di primavera” da D’Annunzio, “Erodias” da Testori, “Il riformatore del mondo” da Bernhard. Un uomo e la sua malattia, quel “fiore in bocca”, quel tumore che nasce, cresce e succhia la vita. Il particolare che diviene il tutto, perché si prende. Due uomini a confronto, facce della stessa medaglia patologica. Il presente e il passato creduto banale, scontato, noioso nella sua quotidiana normalità. L’ombra e il corpo e nessuno dei due può staccarsi dall’altro. Un luogo non-luogo, una sala d’attesa di una stazione, che rimanda al venditore e compratore di Koltes nel suo “Nella solitudine dei campi di cotone”. Al fianco di Lombardi c’è Roberto Latini, sua la regia, molto lombardisizzato e meno muscolare e fisico del solito nella recitazione. I due rimangono sospesi in una grande gabbia, una voliera costruita sopra il pozzo del cortile. Una felice intuizione che riduce i due a uccelli dietro le sbarre, condannati ad attendere o, al massimo, danzare lo stesso inesorabile ballo su un trapezio, un trespolo, facendo finta di divertirsi dondolandosi ad una altalena. Latini ha orecchini da pirata, bombetta, occhiaie nere, l’aria vagamente da imbroglione ingenuo, furfante alla Arancia Meccanica. Lombardi è una maschera clownesca, un attore scappato dal camerino prima che il trucco fosse finito e completato. Sono eleganti nei loro tait e frac. Entrambi hanno scarpe gigantesche che ricordano quelle de “Le nuvole” di Antonio Latella. Grandi risate, tra l’inquietante e l’horror, si inseguono. Le scarpe, le piume, il cerone, l’altalena fanno rivivere atmosfere circensi felliniane. La vita è “un caffé che non chiude mai” ma il suo gusto è amaro e non resta che leggerne nel suo fondo una fine già scritta. E’ una festa triste e malinconica che ricorda certe note impastate di Vinicio Capossela. In mezzo a sprazzi di musica allegra e serena alcuni spari riportano alla tremenda realtà. Il tic tac dell’orologio scandisce una marcia inarrestabile, la rassegnazione non lascia posto alla rabbia ma la morte, la malattia non si può ingannare, fuggire con fumogeni e giochi di prestigio e nebbie misteriose dove nascondersi. Luci stimolanti.

Voto 6 ½ 

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