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  23/02/2020 - 02:05

 

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Giuseppe Ferrandino
Pericle il Nero
Milano, Adelphi, 1998
Intervista al caso letterario dell'anno

 




                     di Fulvio Paloscia


Cento modi per salvarsi la vita...
Il rispetto
Pericle il Nero


Il caso letterario dell'anno ha un volto scavato e due occhi che qualche volta si assentano, si perdono nel nulla, dietro a chissà quali pensieri. Il caso letterario dell'anno si chiama Giuseppe Ferrandino, è nato ad Ischia e, come tutti gli isolani, ha un carattere ombroso con grandi scatti di generosità. E di ironia. Il fatto che il suo romanzo d'esordio Pericle il nero (edito da Adelphi) sia stato salutato dalla critica con parole di elogio (e con un'unanimità davvero rara) sembra sfiorarlo appena; forse perché questo libro era già stato pubblicato nel '93 dalla defunta Granata Press (casa editrice davvero lungimirante, se si pensa che in catalogo aveva autori che sarebbero esplosi di lì a poco, come Carlo Lucarelli e Paco Ignacio Taibo II) ma nessuno se ne accorse se non in Francia, dove la malsana vicenda di Pericle - sicario della mala napoletana che punisce i nemici del suo capo, Luigino Pizza, boss della camorra, sodomizzandoli con il suo 'pesce' né grande né piccolo, ma capace di drizzarsi sempre - ha trovato ospitalità nella prestigiosissima Serie Noir di Gallimard. Quando parla, Ferrandino non si arma di nessun senso di rivalsa, nonostante il successo tardivo: "Quando ho scritto Pericle ero incazzato col mondo intero; è stato un periodo davvero buio della mia vita, mi sentivo come una cappa scura addosso che mi faceva arrabbiare come una bestia. Allora buttai giù questo romanzo per sfogarmi; parallelamente, sceneggiavo fumetti, per Orient Express, Nero, Lancio Story, Topolino". Un'attività che ha influito molto sulla sua scrittura: "Dal fumetto ho imparato l'essenzialità, la coincisione, il dialogo serrato, la trasmissione di più sensazioni con pochissimi mezzi. In Pericle ho cercato di rileggere il neorealismo classico con il linguaggio del fumetto, che fa parte della mia educazione culturale: adoro Bonelli, Hugo Pratt e, soprattutto, Andrea Pazienza. Il suo Zanardi mi ha dato molti più stimoli di tanta letteratura, ha raccontato in modo encomiabile il disagio di un'epoca - gli anni Settanta -, quant'è pericoloso il male che nasce dal non sentirsi abbastanza forti". Lo hanno paragonato a Topor, Dostoevskij, Celine ("l'autore che più amo insieme a Balzac, Ippolito Nievo e Salgari"), Hammet ("ma il mio giallista preferito è Richard Stark, alias Donald Westlake"). Lui ringrazia, felice e contento: ma preferisce definirisi uno che uno scrittore di genere: "So che in Italia un ammissione del genere desta scandalo, ma non me ne importa: sono state proprio le opere dichiaratamente di genere a descrivere meglio il nostro paese, i suoi vizi e le sue virtù. Credo che in Italia, se abbiamo avuto un'epica, è stata quella dello spaghetti western, dei film di Trinità degli anni Settanta, dove c'erano il coraggio, la strafottenza, il volemose bene ma non il buonismo". Pericle è tutt'altro che buono: anche se, nel corso del romanzo, cambia. Da cane diventa uomo, da personaggio solo corpo ("non è con la mente che ragiona - spiega Ferrandino - ma con un istinto primordiale, con i sensi, con l'olfatto che s'intasa di odori anche cattivi, con la pelle sfiorata da caldo e freddo, con gli occhi") acquista una propria consapevolezza che, in qualche modo, lo salverà: "Se la Madonna mi accompagna, in questo paese non ci torno neanche morto" è l'ultima frase del romanzo. Insomma, una vera dichiarazione di disamore per Napoli: "No, per carità. Non sopporto però il fatto che, se vieni da Napoli, devi essere per forza considerato un artista interessante. Insomma, c'è questa idea idilliaca della napoletanità come marchio di qualità artistica che mi fa sorridere, mi sembra una mediazione molto intellettuale. Prendiamo Totò, ad esempio: mica è un grande perché è partenopeo. La gente infatti lo considera un genio italiano e stop". La sua vita avventurosa lo ha portato a trascorrere lunghi periodi a Chicago, città noir per per eccellenza: "Mi piace perché è vitale, dura, abitata da gente forte, che ha per colonna sonora un blues asciutto, essenziale: come l'umore della città". E Ischia? "Ci ritorno, ma dopo un po' scappo via. I giovani sono inquieti, ma vivono il loro disagio con apatia; camminano con gli occhi bassi, con lo sguardo della sconfitta. E hanno perso il contatto con le loro radici. Gli anziani, invece, nonostante abbiano assistito ai cambiamenti, alla cementificazione dell'isola, conservano ancora quel misto di umorismo e cinismo che li fa essere saggi".

Giuseppe Ferrandino, Pericle il Nero, Milano, Adelphi, 1998

Voto 7 

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