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  14/12/2018 - 16:57

 

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Scanner - cinema
 


Biennale Cinema
Perle dalla 71° Mostra
Il reportage di Scanner si sviluppa in micro recensioni
Dal 26 agosto all'6 settembre 2014 al Lido di Venezia

 




                     di Matteo Merli e Francesca Cocchi Piccolo


Biennale Cinema: presentazione 71°edizione
Biennale Cinema: Perle dalla 71° Mostra
Biennale Cinema: Bilancio della 71° Mostra


Anche per quest’anno adottiamo la forma delle micro recensioni, per dare l’idea della passione folgorante o della delusione istantanea che si percepisce appena usciti dalla visione della sala, per farvi comprendere il clima esultante e festivaliero che si vive al lido, tra dibattiti furenti e confronti amichevoli, nella babele vocianti composta da incalliti appassionati di cinema.

Birdman di Alejandro González Iñárritu. Concorso. Dopo una prima ora frizzante e supportata da un cast all’altezza, la sceneggiatura meta cinematografica, sostenuta da una colonna sonora continuamente presente e reiterati piani sequenza finiscono per appesantire la visione, spesso prolissa e spinta all’eccesso recitativo. (fcp)

Before I Disappear di Shawn Christensen. Giornate Degli Autori.  Opera ambiziosa nella messa in scena più che nella narrazione ondivaga e confusa, pur facendosi notare per alcune soluzioni visive tutt’altro che disprezzabili. Comunque interessante. (fcp)

The Look of Silence di Joshua Oppenheimer. Concorso. Documentario sfavillante e pieno di dolore, ma che con una grande capacità visiva riesce a raccontare con il dono del perdono lo sterminio di un milione di comunisti a cavallo degli anni Sessanta nell’Indonesia di Suharto. Un opera che ferisce ed emoziona fino alla fine. (mm)

Reality di Quentin Dupieux. Orizzonti. Il regista folle di ubber e Wrong si cimenta questa volta con una serie di incastri tra realtà possibili o immaginate amplificate da un caleidoscopio di sogni dentro ai sogni e film dentro ai film. Un film condito di comicità demenziale e dissacrante nella sua messa in scena contro l’industria cinematografica. Non perfetto nel suo insieme, ma uno dei pochi esempi di cinema libero e imprevedibile. (mm)

Melbourne di Nima Javidi. Settimana Della Critica. Grande ritorno del cinema iraniano con questa pellicola esemplare nel suo perfetto equilibrio tra dramma e thriller. Ottimi interpreti di fronte a una serie di spiazzanti interrogativi che diventano dilemmi morali che coinvolgono lo spettatore fino alla fine. (fcp)

One on One di Kim Ki-duk. Giornate Degli Autori. L’autore di punta del cinema sud coreano torna a Venezia con questa opera intrisa di violenze reiterate per mettere in luce una crisi d’identità di una nazione. Problema principale che lo sguardo del regista è divenuto schematico e poco illuminante e dall’altro non aiuta una sceneggiatura prolissa e poco incisiva. Delusione. (mm)

La rançon de la gloire di Xavier Beauvois. Concorso. Il film parte da una vicenda dimenticata, il trafugamento del cadavere di Chaplin poco dopo la sua morte nel 1977, per trasformarla in un’occasione di omaggio al cinema di Charlot. Operazione gradevole e divertente, che sposa la causa dei reietti attraverso il sentimentalismo classico del cinema di Chaplin. Commedia fiacca senza spiccate peculiarità. (mm)

Tales di Rakhshan Banietemad. Concorso. Le condizioni di vita nell’Iran contemporaneo, prendono vita tramite un racconto corale, composto da diverse storie. Tales rischia ovviamente di essere un film di denuncia, ma riesce a evitare tutto ciò grazie alla mano precisa e delicata della regista nel descrivere con grande umanità le debolezze dei personaggi. (fcp)

99 Homes di Ramin Bahrani. Concorso. Il regista di origini iraniane affronta l’universo degli agenti immobiliari nel tempo della crisi mutui e degli sfratti forzati, dove l’unica legge che conta è quella del denaro. Thriller teso che mette in risalto le interpretazioni di Andrew Garfield e Michael Shannon. (fcp)

Anime nere di Francesco Munzi. Concorso. Primo italiano a scendere in gara. Ispirato al romanzo omonimo di Gioacchino Criaco, Munzi ha dalla sua una potente sceneggiatura, dove il destino nero è ineluttabile. Una tragedia che ingloba tutti, spingendo i protagonisti verso un orizzonte buio e senza speranza. Noir serrato, tutto recitato in dialetto calabrese, con una regia a tratti non sempre incisiva. Buon inizio per il nostro cinema di casa. (mm)

3 Coeurs di Benoit Jacquot. Concorso. Arricchito da un prestigioso quartetto d’attori: Charlotte Gainsbourg, Benoit Poelvoorde, Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, ruotano intorno a un triangolo amoroso attraverso diversi anni. La confezione è scialba e la sceneggiatura non restituisce nessuna svolta interessante e lo sguardo dello spettatore si perde altrove. (fcp)

Mangelhorn di David Gordon Green. Concorso. il film di Green offre a Pacino la possibilità di cimentarsi con toni a lui più congeniali e dare vita ad un personaggio irrequieto quanto misterioso. Non tutte le trovate visive appaiono calzanti, e spesso si abusa di un centro sguardo da cinema indie americano che si cristallizza sui personaggi per definire un non luogo, che da un senso di perdita e vuoto, ma questo resta molto in superficie e non scalfisce il nostro sguardo da spettatore. (mm)

Belluscone, una storia siciliana di Franco Maresco. Orizzonti. Opera amara che ribalta il senso reale e storico di un paese in vignette grottesche e surreali per restituirci un presente vuoto e senza fiducia nel prossimo. Cinema di resistenza, residuale di un pensiero d’autore ormai in estinzione. (mm)

Hungry Hearts di Saverio Costanzo. Concorso. La famiglia come covo di disagio e difficoltà di crescita, personale e interiore. La nascita di un figlio scombina la vita di una giovane coppia dove la madre diventa un ossessiva vegana, il padre succube e preoccupato e il neonato che da il segno di una crescita rallentata. I tratti onirici da thriller emotivo dimostrano il coraggio di Costanzo nell’addentrarsi nelle piaghe delicate dello smarrimento quotidiano di Noi esseri viventi. (fcp)

Il giovane favoloso di Mario Martone. Concorso. L’artista Leopardi è una figura emblematica, quasi fantasmatica nel attraversare un epoca dove non trova collocazione, e proprio per quello che scrive e dice, il suo ruolo diventa centrale nel raccontare un passato che sono le radici di un presente che si è annullato e non ha trovato un suo specchio di beltà dove riflettersi. Da vedere. (mm)

Nobi di Shinya Tsukamoto. Concorso. Tratto dal romanzo autobiografico di Shōhei Ōoka che nel 1959 ispirò il celeberrimo Fuochi nella pianura di Kon Ichikawa, Nobi è un’immersione totale nel putridume della guerra: tunnel degli inferi che sputa solamente sangue e budella. Esperienza visiva come sempre unica, con scelte di regia inusitate come ci ha abituato da tempo Tsukamoto. Grande ritorno. (mm)

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence di Roy Andersson. Concorso. I bozzetti di questo umanesimo dolente trovano il senso umoristico e sardonico di una vita fallace, conditi da un iperrealismo divertente. Non tutti i quadri che compongo il film sono azzeccati, ma si tratta comunque di una esperienza rigenerante. (fcp)

Le dernier coup de marteau di Alix Delaporte. Concorso. Un film girato ad altezza di bambino, dove lo sguardo della regista si misura con le fragilità e le emozioni primarie di un adolescente, alle prese con i problemi in famiglia e il suo primo amore. Una pellicola coesa e sostenuta da una regia attenta e composta nell’addentrarsi nel mondo fragile di un giovane odierno. (mm)

 Pasolini di Abel Ferrara. Concorso. Il regista americano non lavoro sul materiale esistente: la vita e le opere dello scrittore italiano, ma quello che gli interessa e comprenderne l’intelletto, dando forma al suo percorso di opere incompiute, al suo pensiero contrastante e indomito, per far risaltare la figura di un artista non allineato e difficilmente comprensibile. Un opera imperfetta, ma viva che si alimenta dei contrasti, risaltati dalla cinepresa di Ferrara. (mm)

Voto 8 

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