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  19/07/2024 - 16:36

 

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Pinocchio
Regia di Roberto Benigni
Cast: Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Carlo Giuffrè, Kim Rossi Stuart, Max Cavallari, Bruno Arena, Franco Javarone, Peppe Barra, Alessandro Bergonzoni; fantastico; Italia; 2002; C.

 




                     di Paolo Boschi


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Davanti ad un capolavoro della narrativa per ragazzi del calibro del Pinocchio collodiano Roberto Benigni ha dimostrato di conoscere la ricetta per un’efficace traslazione sul grande schermo di un classico della letteratura: una rilettura filogicamente corretta del testo di riferimento, libertà narrative ridotte al minimo (ma allestite con gusto) ed effetti speciali non invasivi ma funzionali rispetto alla trama. Il primo grande kolossal della casa di distribuzione Melampo è una fedele mise en scène del libro di Carlo Collodi, interpretato da un cast rigorosamente autarchico e ravvivato da qualche presa di posizione sul versante esegetico. D’altra parte Pinocchio fonde da oltre un secolo fascino onirico, magia ed arte del racconto allo stato puro, è un romanzo criticamente stratificato, un classico che – parafrasando Calvino – non finisce mai di dire quel che ha da dire, e dunque aperto per statuto a chiarimenti artistici. Benigni in tal senso non si è sottratto alla sfida ed ha realizzato un grande film, convertendo su celluloide le invenzioni fantastiche del Collodi in modalità che mischiano giustamente immaginazione, artigianato e sogno. La computer grafica ha materializzato la briosa invenzione d’apertura: un saltellante tronco di pino animato da uno spirito ribelle che spande confusione in un piccolo borgo italiano di fine Ottocento prima di arenarsi sulla porta del povero Mastro Geppetto, falegname eletto demiurgo dal burattino protagonista, un tronco di pino assente nel libro ma azzeccato viatico per la favolosa storia che seguirà. Il sofisticato apparato di effetti speciali allestito per Pinocchio supporta i punti più complessi ed immaginosi della trama, marcata da una simbologia fantastica quanto ricca: la barocca carrozza della Fata Turchina trainata da centinaia di topolini bianchi, il gigantesco burattinaio Mangiafuoco, il naso che si allunga proporzionalmente alle bugie di Pinocchio, le metamorfosi asinesche, il mostruoso pescecane. Ed ovviamente non manca all’appello neppure la variopinta materializzazione del Paese dei Balocchi, un trionfo di specchi deformanti, spade e giocattoli in legno, nato dall’estro del grande scenografo Danilo Donati, scomparso durante le riprese. In più la premiata coppia di sceneggiatori Benigni-Cerami ha inventato un riuscito Leitmotiv per stringere il duo Pinocchio-Lucignolo: un colorato lecca-lecca al mandarino (“La fine del mondo”) che costituisce l’apoteosi della golosità infantile, un lirico inno alla joie de vivre di chi si ostina, come Lucignolo appunto (“Anima grande!”), a perdersi nelle tortuose smagliature della vita, per la lunga e difficile strada attraverso la quale i bambini discoli diventano ragazzi “perbene” nel senso prettamente borghese del termine. C’è poi la strepitosa icona fisica di Benigni a dar corpo ed andatura balzellante ad un folletto-burattino che esordisce in modo insostenibilmente sbarazzino, strada facendo comprende la strana aspirazione dei grandi alla sua maturazione ma persiste, in modo quasi inconsapevole, nel congelare ad libitum il suo processo di crescita interiore, che verrà, ma a costo di perdere un’incorreggibile simpatia – “Peccato, era proprio un bel burattino”, chioserà la fatesca Braschi nel finale –. Sotto il versante sottilmente comico Roberto Benigni ha sempre denunciato i propri debiti rurali, dichiarando spesso la sua estrazione contadina e rivendicando al contempo, in modo quasi fisiologico, il sostrato materialistico della propria arte, spesso giocata sull'esile filo del basso comico, ai confini della scatologia più esplicita, scurrilmente autentica senza mai scadere nel banale o nel triviale fine a se stesso. Con la sua ultima creatura il regista toscano ha cambiato ancora marcia: allo stesso modo in cui alcuni passaggi de La vita è bella si rivelavano spiazzanti nella loro capacità di far ridere e piangere insieme, Pinocchio racconta il lato nascosto di Roberto Benigni, il Benigni lirico, il Benigni d'estrazione felliniana, capace di avvicinarsi in punta di piedi ad un classico della narrativa per ragazzi, pieno dello stupore che ogni classico per ragazzi esige dal lettore per statuto letterario, ed in particolar modo il capolavoro di Collodi, traboccante di falle enigmatiche di cui lo scrittore toscano sembra aver voluto cospargere la storia dell'immortale burattino di legno. Lo stesso stupore incantato Pinocchio lo trasmette con una regia ricca di ritmo ed animata da sequenze che fondono fiaba e lirismo, una fotografia che colora la storia di una magia fuori dal tempo, ed infine la colonna sonora di Nicola Piovani, che commenta in modo efficace le immagini con musiche a metà tra manierismi classici e temi estemporaneamente giocosi. Un film d’autore che incanterà (e dividerà) gli adulti, più difficilmente i bambini, ma in ogni caso da non perdere.

Pinocchio, regia di Roberto Benigni, con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Carlo Giuffrè, Kim Rossi Stuart, Max Cavallari, Bruno Arena, Franco Javarone, Peppe Barra, Alessandro Bergonzoni; fantastico; Italia; 2002; C.; dur. 1h e 40'

Voto 7/8 

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