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  26/02/2020 - 19:21

 

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L'importanza di chiamarsi Ernest
Regia di Oliver Parker
Cast: Colin Firth, Rupert Everett, Frances O'Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench; commedia; Gran Bret./Usa; 2002; C.
Dall'omonima commedia di Oscar Wilde

 




                     di Paolo Boschi


Un marito ideale
L'importanza di chiamarsi Ernest


La fonte letteraria del terzo film di Oliver Parker è una garanzia assoluta del calibro de L’importanza di chiamarsi Ernesto, ovvero l’opera più frizzante della limitata produzione drammatica di Oscar Wilde, una tetralogia comprendente anche Un marito ideale, Il ventaglio di Lady Windermere e Salomé. Il regista, Oliver Parker, è inoltre un esperto di traslazioni dal teatro al cinema, avendo esordito con Othello nel 1995 ed avendo già adattato con successo sul grande schermo un’altra commedia wildiana nel 1999, per l’appunto Un marito ideale. Ciò premesso, e considerando la qualità del cast reclutato per L’importanza di chiamarsi Ernest, era praticamente impossibile ‘sbagliare’ un film come questo che, se non non brilla per invenzioni registiche, è sorretto da un notevole ritmo fin dalle prime sequenze, presenta una serie di battute assolutamente strepitose, è dotato di un’accurata scenografia e di costumi assolutamente perfetti. Una mise en scène impeccabile, dunque, ma veniamo alla trama: John Worthing, gentiluomo di campagna d’ignote origini – ritrovato in fasce dentro ad una borsa da viaggio in un deposito di bagagli a Victoria Station –, si è costruito la fittizia identità dello scapestrato fratello Earnest per recarsi a Londra ogni volta che lo desidera. Con l’aiuto dell’amico Algernon Moncrieff, detto Algy – e pure dotato di un inesistente amico di campagna, Boombury, perennemente a rischio di morte –, riesce ad incontrare e dichiararsi alla di lui cugina Lady Gwendolen Fairfax, felicemente ricambiato dalla bella fanciulla nonostante la ferma opposizione della madre, l’arguta Lady Bracknell, affatto interessata ad imparentarsi con una borsa da viaggio (“Perdere un genitore è una tragedia, perderli entrambi un’imperdonabile sbadataggine”). Nel frattempo Algy si reca nella magione di campagna dell’amico presentandosi come l’irresponsabile Earnest, allo scopo di far breccia nel cuore dell’avvenente Cecily, la giovane (e ricca) pupilla di John. Curiosamente sia Gwendolen che Cecily risultano irresistibilmente attratte dai rispettivi spasimanti in primo luogo perché si chiamano Earnest, che in inglese (gioco linguistico intraducibile in italiano) oltre ad essere un nome proprio equivale anche a “serio”, “onesto”. La circostanza della contemporanea presenza di John, Algy, Gwendolen e Cecily nella villa di campagna innescherà un’esilarante commedia degli equivoci, risolta con un calibrato colpo di scena finale. Gran parte dell’efficacia de L’importanza di chiamarsi Ernest è dovuta alla briosa sagacia del testo wildiano, le cui battute risultano spesso spiazzanti aforismi volti a denunciare l’ipocrisia della società vittoriana, un mondo di apparenza che il drammaturgo inglese smaschera sviscerando a trecentosessanta gradi la tematica del doppio. Ammiccante lo scioglimento della dinamica narrativa: nonostante Jack/Earnest di fatto abbia mentito intenzionalmente per tutta la storia, per caso e inconsapevolmente avrà detto tutta la verità fin dall’inizio. Nell’ottimo cast brilla una superlativa Judi Dench. Dopo aver consigliato di non tralasciare la visione dei titoli di coda, non resta che augurarsi che Oliver Parker decida di esaurire la serie wildiana...

L'importanza di chiamarsi Ernest - The importance of being Earnest, regia di Oliver Parker, con Colin Firth, Rupert Everett, Frances O'Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench; commedia; Gran Bret./Usa; 2002; C. dur. 1h e 37’

Voto 7½ 

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