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  21/10/2017 - 06:59

 

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Scanner - musica
 


Gomez
In our gun
[Hut 2002]
Un album nato ad uno strano incrocio tra una bottega artigianale ed un laboratorio di ricerca

 




                     di Paolo Boschi


Bring it on
Liquid skin
In our gun


Quando si dice non avere problemi di vena creativa: In our gun, terzo album di studio dei Gomez, conferma tutto il bene che di questo quintetto inglese dal sound americano è stato detto concordemente da pubblico e critica, cosa che in genere capita assai di rado. Impossibile parlare di evoluzione musicale nei confronti delle precedenti prove Bring it on e Liquid skin, anche perché gli album dei Gomez sembrano sbocciati in una fantasmagorica terra di nessuno, allestiti in uno strano incrocio tra una bottega artigianale ed un laboratorio di ricerca, e per i quali vale il detto popolare dei cioccolatini di Forrest Gump (“Non sai mai cosa ti capita”). In our gun, comunque, come i primi due album dei Gomez non contiene neppure un riempitivo, presenta soltanto una tracklist con tredici tracce di ottima musica ed ogni canzone, al solito, è un felice condensato di idee che musicisti più scaltriti avrebbero cercato di sfruttare in almeno due e tre brani. Ma i Gomez, oltre che versatili e virtuosisti, sono anche puristi, un’ulteriore garanzia di qualità per il gentile pubblico: con i tempi che corrono, infatti, una band del tutto disinteressata a ricercare il singolo facile è una vera rarità, se poi è anche composta da musicisti di talento e da ben tre cantanti dalla voce inusuale (Tom Gray, Ian Ball e Ben Ottewell), tanto meglio. A conferma di queste considerazioni i Gomez sembrano quasi costringersi ad evidenziare la posizione dei due brani più assimilabili al formato del singolo, non a caso la ritmatissima Shot shot e l’intrigante Ballad of nice and easy sono sistemati all’inizio ed alla fine della scaletta. In mezzo agli apici, undici tracce e mille invenzioni, un labirinto sonoro in cui è facile perdersi e che ad ogni nuovo ascolto regala nuovi dettagli, come ad esempio gli originali attacchi che caratterizzano ogni pezzo, spesso aperti a sorprendenti sviluppi musicali. Ecco che In our gun presenta in agile rassegna gli ombrosi cerchi concentrici di Rex Kramer, gli elettronici arazzi rock-pop di Detroit swing 66, la dolente malinconia di una title track aperta a dilatazioni psichedeliche, una ballata degna dei primi Pink Floyd come Even song, le stravaganze chitarristiche di Ruff stuff, la leggerezza West Coast di Sound of sounds (partorita da un periodo indefinito dalle parti dei Settanta), le divagazioni elettroniche di Army dub, le delicate magie di Miles end, lo screziato groove di Ping one down, le alchimie acustiche di 1000 times, l’essenzialità di Drench. Scusate l’eccesso di completezza, ma tutte le canzoni erano degne di menzione. Perché, brano dopo brano, i dischi dei Gomez lasciano sempre l’impressione che stia sempre per arrivare ancora qualcosa di più indispensabile all’orizzonte. Da non perdere.

Gomez, In our gun [Hut 2002]

Voto 7½ 

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