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  18/12/2017 - 17:19

 

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Scanner - musica
 


Coldplay
Parachutes
[Emi 2000]
Coldplay Portrait

 




                     di Paolo Boschi


Viva la Vida or Death All His Friends, 2008
A rush of blood to the head
Coldplay, A rush of blood to the head, EMI Parlophone, 2002
Coldplay, Parachutes, EMI Parlophone, 2000


I quattro giovani Coldplay sono quattro studenti dello University College di Londra, ovvero Chris Martin (voce solista, chitarra acustica e piano), Jon Buckland (chitarra elettrica), Guy Berryman (basso) e Will Champion (batteria): una formazione di stampo classico, dunque, sullo stile dei Beatles, tranne che, a differenza dai Fab Four, firmano le canzoni le formano collettivamente. Parachutes è il loro sorprendente album di debutto: il paragone ‘organico’ con i quattro di Liverpool è assolutamente voluto, non perché ci si muova su quei livelli ma, proprio come per i Fab Four, in quanto già dai primi passi gli orizzonti appaiono sterminati, e soprattutto perché molti ottimi (e diversi) modelli musicali sembrano già felicemente assimilati e personalizzati. I Coldplay all’esordio lasciano già intravedere uno stile delineato, e Parachutes in particolare pare essere una sorta di analisi spettrografica della malinconia, privilegiatamente amorosa, come ben si conviene ad un gruppo d’età così verde. La malinconia che colora una ad una le dieci tracce (più una bella e sognante ghost track) dell’album lascia intravedere tra le righe un contenuto ma evidente ottimismo per il futuro, una sorta di pacato distacco verso un mondo comunque meraviglioso, una vita comunque degna di essere vissuta – l’apripista s’intitola, guarda caso, Don’t panic –. L’album vive in questa dimensione ed ha la (rara) capacità di catturarvi all’interno l’ascoltatore: ed è un bel perdersi, perché vi si trovano echi dei primi U2 (palesi nell’impasto sonoro della splendida Yellow come pure in Shiver), degli ultimi Verve e dei Radiohead introspettivamente lirici (in We never change o Sparks, per esempio), addirittura qualche sprazzo chitarristico dei Pink Floyd del bel tempo andato (particolarmente in Spies). In fondo c’è poco da stupirsi, pensando che in fondo anche i Lùnapop, partiti come i Coldplay come perfetti outsiders, hanno mostrato di saper rielaborare modelli eccellenti, di servirsi al meglio dei propri strumenti e di scrivere testi giovanili ma allo stesso tempo freschi e non banali – basti pensare in parallelo a quella piccola gemma di normalità emotiva che è Un giorno migliore –. A parte alcune escursioni pianistiche (Trouble e di Everything’s not lost) e nonostante i molteplici modelli di riferimento Parachutes si profila come un album molto omogeneo a livello tematico e musicale, per cui è anche difficile indicare eventuali emergenze in un tracklist di notevole livello complessivo, tranne il caso di Yellow, che è un insostenibile (ed indiscutibile) gioiello di malinconia e lascia intendere che sentiremo ancora parlare di questo gruppo in futuro.

Coldplay, Parachutes [Emi 2000]

Voto 7½ 

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