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  21/04/2024 - 18:48

 

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Emma Dante
Il Festino
La regista siciliana, che ha trionfato alla Scala di Milano con Carmen diretta da Daniel Barenboim, propone il suo primo monologo in cui indaga il quotidiano. con Gaetano Bruno, luci Antonio Zappalà, produzione Sud Costa Occidentale, con la collaborazione di Festival delle Colline Torinesi, Nuovo Teatro Nuovo
Al Teatro Studio di Scandicci 30 e 31 gennaio 2009 ore 21,15

 




                     di Tommaso Chimenti


Emma Dante: Il Festino, 2009
Emma Dante: cani di Bancata, 2007
Emma Dante: La scimia, 2006
Emma Dante: Mishelle di Sant’Oliva , 2005
Emma Dante: Medea
Emma Dante: MPalermu e Carnezzeria


Quando lo strazio e la tragicità di Emma Dante diventano, anche non per colpe proprie, fenomeno di massa, l’effetto è ammosciante sia per i temi trattati, sia per il passato artistico, quel carro, di battimano e standing ovation fuori luogo, dei vincitori diventa ricolmo e pieno d’anidride carbonica, senza lo spazio vitale per un confronto, per un dissenso fuori dal coro. Se sono stati considerati “capolavori” (dovremmo parlare anche dell’importanza delle parole e della leggerezza con la quale in molti casi vengono dissotterrati morti e cadaveri e paragoni altisonanti) Carnezzeria o “Vita mia”, e tra gli ultimi Mishelle di Sant’Oliva, aveva deluso in molti Cani di bancata. Questo “Festino” mostra preoccupanti passi indietro in primis nella scrittura del testo. Un autistico che spiega perfettamente tutta la propria condizione familiare, che delinea parentele e difetti, che riesce in maniera lucida e puntigliosa, con fine psicologia, con terminologia appropriata la situazione psicoattitudinale della madre repressiva, del padre buono a nulla, del fratello invalido. “Io ero il corpo, lui la mente”, è la più netta delle prese di coscienza, è la chiave che scardina l’io, è quella consapevolezza raggiunta, e non negata, dopo un percorso esistenziale fatto di dossi e cadute. Il personaggio di Gaetano Bruno è border line soltanto nella prima parte di tic e scatti incontrollabili, in mosse da macchietta da scemo del villaggio in quell’imitazione repressa dell’essere gabbiano, libero come un uccello per prendere il volo e uscire da quella casa bunker, da quell’armadio che gli ha fatto prima da prigione, poi da letto, da madre, da famiglia e ora da bara. I suoi non sono ragionamenti da folle, forse infantili ma tutt’altro che stupidi o sconnessi. Anzi Paride ripercorre all’indietro tutta la sua vita fino a dentro la placenta della madre, con quel fratello al quale lui (è lui stesso che riconosce la propria colpa esistenziale primordiale, la sua cattiveria naturale, il suo peccato originale non ancora scontato che non si placherà mai) con il proprio corpo ha schiacciato le vertebre e gli ha così impedito di poter camminare. Paride sente il peso della condizione del fratello Iacopo, costretto su una sedia a rotelle. Ogni volta che lo vede, che lo abbraccia, che tenta di farlo camminare (è l’unica parte, brevissima, vera e commovente della piece), è come ricevere una pugnalata. A Paride è stato insegnato il masochismo e ne gode delle punizioni, ma adesso non esistono più i carnefici; la madre è morta, il padre se n’è andato. Resta da eliminare, inconsapevolmente, il fratello. E così avviene, inevitabilmente, inavvertitamente (la domanda sorge spontanea: dov’è il corpo del fratello? Dove è stato sepolto? O è stato tranciato e conservato nel freezer?). E’ come una liberazione, quella finale, prima di poter prendere lui stesso il volo, adesso si, veramente libero di spiccare il volo (alla Cristicchi). Quel fratello (forse il vero scemo è proprio Iacopo, se mai è esistito e non è un frutto della mente di Paride) che era termine di paragone ad una normalità non raggiunta nemmeno in due. Mors tua, vita mea, che la morte dell’uno è diventata l’emancipazione e la realizzazione dell’altro che può liberamente prendersi la sua pensione d’invalidità. La scrittura a dir poco è esplicita, non lascia niente alle visioni del pubblico, non fa immaginare, ma butta in faccia la soluzione in modi spicci, spiegando, dicendo, più che far passare tra le righe.

Voto 5 

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