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  25/08/2019 - 08:50

 

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Erri De Luca
Tre cavalli
Milano, Feltrinelli, 1999
Incontro con lo scrittore napoletano

 




                     di Laura Cassese


Tre cavalli
Opera sull'acqua e altre poesie


Leggendo gli ormai numerosi libri di Erri De Luca, ci siamo spesso chiesti chi fosse mai l'uomo nascosto dietro le righe. La rivelazione è ritrovarsi davanti proprio la stessa persona che si è immaginati. Quella concreta, colta, animata da un legame forte con la memoria e con la storia, ricca di un sentimento profondo, che è l'asse portante di tutta la sua stessa vita. È successo alla biblioteca comunale di Sant'Antimo, alla periferia nord di Napoli. L'incontro è stato organizzato dall'associazione culturale "La Strada" nell'ambito del programma "Fare Storie". "la nostra sede è attiva da cinque anni - dice il presidente - abbiamo conosciuto tante storie di persone, esempi in cui la dignità dell'uomo la si può cogliere nella capacità che ognuno ha di rappresentarsi nella propria narrazione. Come quando gli anziani che raccontano le loro esistenze incarnate e, pur non volendo, trasmettono conoscenza e "fanno storia". Così - continua - abbiamo deciso di invitare poeti e scrittori a raccontarsi, invitandoci a raccontare". Sono arrivati anche da Napoli i giovani universitari ed i lettori, accorsi ansiosi per sentire dalla viva voce di Erri De Luca gli stralci di vita e le riflessioni che arricchiscono e fanno pensare. Aria dimessa, sguardo attento, figura asciutta, tono pacato: questo l'identikit del grande scrittore napoletano che si racconta, malgrado l'influenza. Ritroviamo il suo stile di narratore sempre intessuto di accenni, allusioni e metafore come quando scrive, con il suo modo secco, essenziale, unitamente poetico e concreto: usa sempre il linguaggio come una lama mentre intreccia paziente i fili della storia. Quando gli si chiede cosa intendeva, nel libro, dicendo "guerra è quando gli uomini sognano di diventare nonni", risponde: "è una frase con cui non abbiamo più dimestichezza perché non conosciamo la guerra, quando ti strappano tutto e vuoi solo diventare vecchio, saltare il fosso, avere già ogni cosa alle spalle". Scansa ogni psicologismo, tutte le frasi estreme e riporta il discorso su un piano più concreto e insieme poetico, storico, ideologico, sentimentale ma mai banale né tanto meno retorico. A chi gli chiede perché in Tre Cavalli lo stile è più stringato, risponde: "i libri si leggono su un tono di voce. Qui, è quello di un uomo di 50 anni. Si scrive in quel tempo che è la vita, mettendo giù. È una combinazione tra la lingua e la persona che lo sta raccontando. Sicuramente è diverso da "Tu Mio". È un'altra velocità di corsa. Sono tutte storie di voci differenti, non il risultato di qualcosa". Continua parlando di se, della sua gioventù. "Ho vissuto l'astrazione dalla vita. Tra il '67 e l'80 mi si è presa tutta la mia gioventù fino alla decomposizione politica. Mi è rimasto sapere che non potevo fare di meglio ma vorrei biologicamente stringere la mano a quell'uomo che ero. La fedeltà è quel che cerco di conservare nei confronti dell'esperienza estremista e della dedizione di allora". Qualcuno, al proposito, gli chiede "cos'è per lei la memoria e a che serve?" "Non è un album di fotografie - risponde - né un posto, né una biblioteca o un'enciclopedia da consultare: non si può tornare sui passi per riviverne un pezzetto. È un enorme ghiacciaio che, come succede tanto spesso di recente, ogni tanto si ritira e restituisce pezzi e reperti. La memoria sputa dettagli in maniera così forte e violenta che mi obbliga a riscriverla. Ecco, la scrittura è la seconda volta della memoria, il caso, l'accidenti che coinvolge molti pezzi e molte ossa del passato". Poi continua, quasi fosse naturale, aggiungendo: "Mi piacerebbe un "rompete le righe" per accomiatarmi biologicamente e biograficamente dai prigionieri a vita della mia generazione, da chi sconta il resto penale di quelle condanne politiche, attraverso la chiusura di quell'accidenti che è stata l'insurrezione politica italiana, armata dall'inizio alla fine. Separarmi da quelle vite che invece proseguono un vincolo con me e non mi consentono lo scioglimento: abbiamo una stiva piena di dannati". Ad una lettrice sembra che nell'intimità colloquiale dei romanzi di De Luca, nella coerenza estrema delle sue scelte di vita, si possa trovare un messaggio politico specialmente ora che siamo lontani dal rigore biblico come da quello morale degli anni '60. "Nego! - dice con un sorriso - un messaggio politico vuole agitare, coinvolgere, unire; stabilisce il campo, i limiti del territorio in cui stare, il nemico. Non ho queste intenzioni. Sono il resto di una generazione politica che non è più. Scrivo e mi rivolgo al lettore: il due è il numero impolitico per eccellenza, esclude il terzo e la proliferazione in cui si arricchisce la politica. Nell'autunno dell'80, dopo i quaranta giorni e le quaranta notti di protesta, quando furono cacciati i ventimila operai è finito il mestiere operaio come classe. Da allora l'ho fatto da solo e solo come operaio. Era una resistenza nociva, un'oltranza prolungata giorno dopo giorno e non preordinata. Quelli che sono usciti di lì sono un resto non giustificato ma accaduto. Chi è passato di lì spesso ha perduto ogni intensità politica". Come in "Tre Cavalli", Erri De Luca ci parla di cosa significa vivere con un trascorso che pesa alle spalle e rimanere, contemporaneamente, "un uomo senza un verbo rivolto al passato che, come l'amore, possiede solo il tempo presente". Come il protagonista del libro, scopre e fa scoprire "il rovescio geografico del mondo: quando il Sud non è il fondo delle ultime terre, ma il culmine delle prime. Il cappello, non le scarpe, del mondo.

Erri De Luca, Tre cavalli, Milano, Feltrinelli, 1999

Voto 7 

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