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  07/04/2020 - 15:13

 

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Dogville
Regia di Lars von Trier
Cast: Nicole Kidman, Paul Bettany, James Caan, Ben Gazzara, Lauren Bacall, Jean-Marc Barr, Harriet Andersson, Chloe Sevigny; drammatico; Dan./Sve./Fran./Norv.; 2003; C.

 




                     di Paolo Boschi


Le onde del destino
Idioti
Dancer in the dark
Dogville


Prologo: la macchina da presa di Lars von Trier inquadra dall’alto un set di forma rettangolare, una sorta di gigantesca lavagna con strade e case tracciate col gesso, pochi arredi di scena, sintetiche didascalie di uomini e cose che rappresentano la scheletrica struttura di Dogville, una piccola cittadina arroccata nel bel mezzo delle Montagne Rocciose in un punto imprecisato degli anni Trenta, attraversata da una via principale che non porta da nessuna parte ma si arena lì, tra picchi e dirupi invisibili. Una città che non c’è, o di cui ci è dato percepire soltanto la mera ossatura, ma che una voce narrante ci descrive con maniacale attenzione per i dettagli. Nei nove capitoli successivi il regista de Le onde del destino dipanerà con brechtiana efficacia – l’ispirazione centrale nasce da una ballata tratta da L’opera da tre soldi – i meandri di un’oscura parabola di sadica crudeltà e spietata vendetta. La storia è innescata dall’arrivo a Dogville della bella Grace, in fuga da gangsters di cui nulla sappiamo: il primo ad incontrarla è Tom, l’intellettuale locale, un filosofo fermamente intenzionato a ravvivare l’humus morale della propria comunità, e che propone ai suoi concittadini di cogliere l’occasione ed aiutare la sconosciuta fanciulla in difficoltà. Grace avrà a disposizione due settimane per convincere i suoi protettori che la loro fiducia è ben riposta, dato che per restare dovrà ottenere il voto unanime della comunità: su consiglio di Tom, Grace offre spontaneamente il proprio tempo per aiutare ognuno degli abitanti di Dogville nelle faccende quotidiane, aiuto che all’inizio i cittadini rifiutano educatamente, solo per accettarlo poco dopo, peraltro in cambio di un modesto stipendio simbolico. Grace comincia così ad alternarsi tra una casa e l’altra bussando a porte invisibili per assistere bambini e storpi, far compagnia ad un vecchio cieco troppo orgoglioso per ammettere il suo handicap, aiutare a raccogliere legna e frutta. Quando la polizia arriva nella cittadina per appendere un cartello con la foto di Grace e la scritta “scomparsa”, la comunità sussulta ed apre blandamente un ‘rincaro’ professionale nei confronti della rifugiata. Ma quando la scritta sotto il bel viso di Grace cambia nella promessa di una ricompensa per la cattura di una pericolosa criminale, gli abitanti di Dogville, per quanto sicuri dell’innocenza di Grace, non esiterranno a dare avvio ad un graduale gioco al massacro nei suoi confronti, disumanamente perpetrato da una comunità provinciale che si scopre feroce nell’applicare il proprio potere verso un soggetto in difficoltà: inganno, ricatto, menzogna, crudeltà gratuite, schiavismo, confinamento, fino all’abuso sessuale istituzionalizzato per sfogare i bassi istinti della popolazione maschile di Dogville – “chi la prendeva al massimo veniva colto da quel leggero imbarazzo che si può provare quando ci si approfitta di una mucca in montagna”, puntualizza la voce narrante –. Brutalizzata e condotta all’apice del disumano annullamento di sé, la protagonista, sorta di moderna Justine, finirà per cedere al richiamo della vendetta ed avviare uno spietato contrappasso ai danni dell’intera comunità, nonostante fosse in fuga proprio dall’arroganza che l’esercizio del potere comporta. La ritorsione si ferma al cane Mosé, finora tratteggiato col gesso a terra, che nella sequenza finale von Trier sceglie di animare rendendo la cittadina tautologicamente rispondente al proprio nome, prima che le foto d’archivio dei titoli di coda comincino a scorrere con Young americans di David Bowie in sottofondo. Dedicato alla memoria dell’attrice Katrin Cartlidge, Dogville è un’amara riflessione sull’ineluttabilità del male, un film senza speranza ed eticamente claustrofobico nonostante l’assenza di mura, che anzi esalta l’ipocrisia di una comunità che sceglie di non vedere uno stupro perpetrato impunemente sotto gli occhi di tutti. L’ultima fatica di Lars von Trier, in parallelo con la pessimistica conclusione di Dancer in the dark, è la scarna rappresentazione di un’America di provincia sinistramente simile alla realtà: terra dell’accoglienza e dell’integrazione ma capace della più bieca falsità e del più cinico consumismo. Aperto a molteplici livelli di lettura, Dogville sembra nato per innescare infinite discussioni sui propri significati riposti e si profila già come un classico che, parafrasando Calvino, non finisce mai di dire quel che ha da dire. Impossibile prescinderne.

Dogville, regia di Lars von Trier, con Nicole Kidman, Paul Bettany, James Caan, Ben Gazzara, Lauren Bacall, Jean-Marc Barr, Harriet Andersson, Chloe Sevigny; drammatico; Dan./Sve./Fran./Norv.; 2003; C.; dur. 2h e 15'

Voto 8½ 

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