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Scanner - musica
 


Meira Asher
Spare into hooks
Un suono che supera le barriere linguistiche e etniche
La filosofia della musicista israelita di Tel Aviv

 




                     di Fulvio Paloscia


  Meira Asher, Infantry, 2002
  Meira Asher, Spears into Hooks, 1999


Un bellissimo album di Meira Asher, "Spare into hooks", è un oratorio sulla crisi tra Israele e la Palestina; una vera e propria "passione" profana dove una voce cartavetrata racconta, accompagnata da una scheletrica ed impetuosa orchestra di rumori elettronici, cos'è una guerra. Ed è come se quella voce, di brano in brano, provenisse dalle corde vocali di un'anima posseduta dalle varie parti in causa in un conflitto: il prigioniero politico, il disprezzo del comandante di un campo di concentramento ("Week end away break", in cui si affacciano agghiaccianti e gracchianti note da cabaret nazista) la madre profuga che cerca di salvare il suo bambino ("Tiring night", in cuila Asher è accompagnata dalle fanfare balcaniche dellaKocani Orchestar). Dal vivo -la Asher è stata da poco in tour in Italia, noi abbiamo assistito al concerto alla Flog di Firenze -quell'album diventa di un teatro di guerra dove le parole (molte sono tratte dalle sacre scritture, dal Cantico dei Cantici, da Kohelet) sono pallottole mitragliate da una donna piccola e gigantesca allo stesso tempo:una ragazza poco più che trentenne, rasata a zero (volontà di annullamento della propria immagine ma anche richiamo visivo allo sterminio antisemita) e piccola di statura inchioda un'esigua fetta di umanità alle sue responsabilità. Un richiamo che arriva non da un'artista in cerca di chissà quale status profetico, ma da una ragazza nata e cresciuta aTel-Aviv, territorio di belligeranza quotidiana; da un'artista capace rendere più vicini tutto e tutti: Ligeti e il rock,Kurt Weill e il rock industriale, la musica deiBalcani e la techno,Stockhausen e il funk, l'Intifada ela guerra nei Balcani. In mezzo c'è la sua voce, che declama, latra, sussulta in un rap agghiacciante, taglia come rasoio, blandisce ipnotica: "L'unico strumento al mondo che può concretizzare un sentimento nelle suo più sottili sfumature:il suo suono supera le barriere linguistiche e etniche, è universale ed è per questo che l'ho scelto come mezzo d'eccellenza del mio essere nomade attraverso le musiche e i territori geografici. Dentro di me c'è rumore più che melodia, un rumore assordante e angoscioso che posso solo rappresentare attraverso una voce usata in tutti i modi che mi sono concessi, anche quelli meno naturali e accomodanti". Eppure una volta superata la violenza esacerbante della sua musica e del modo di porla al pubblico, si viene accolti dal un profondo senso di compassione di chi è capace di incarnare il dolore del mondo e mostrarcelo nudo, libero da coinvolgimenti ideologici, "è vero: compassione come amore per l'essere umano nella sua interezza, nei suoi lati positivi e negativi.Si dice che il Novecento è stato il secolo delle guerre, dell'odio razziale, dello sterminio. Ma anche la compassione fa parte della natura umana e non può essere annientata con tanta facilità; è qualcosa a cui non si può rinunciare, anche quando l'equilibrio s'incrina fino a spaccarsi in modo brusco". Come sta accadendo in questi giorni nel Kossovo, com'è accaduto nel Kuweit: "Sono guerre che si assomigliano per la raffinatezza e la freddezza tecnologica, per le ragioni economiche travestite da un'esigenza di pace: l'uomo è una creatura che ha bisogno di avere i suoi simili accanto a se e, quando ci riesce, deve di colpo separarsene. E qual'è l'elemento che, nel pensiero comune, divide un uomo dall'altro uomo? Ciò che possiede, il denaro. L'umanità è fatta di ricchi e di poveri, le missioni di pace sono in realtà la volontà di rivalsa dei primi sui secondi.Credo comunque che la guerra nei Balcani sarà destinata a durare a lungo: s'è incancrenita nel corso del tempo e fa parte di un grande cambiamento che questo lembo di terra dovrà attraversare. Non sono favorevole agli interventi della Nato ma allo stesso tempo non vorrei che il mondo assistesse inerme aldelirio di Milosevic. Il popolo del Kossovo è protagonista di una tragedia, e la tragedia non è mai negativa o positiva. E' un passaggio cruento". Come cruente sono le immagini che scorrono dietrola Asher durante la sua performance, dai lanciatori di pietre dell'intifada a feriti a morte riversi sul selciati fino, da missili intelligenti che, in un sapiente montaggio, vengono lanciati da discoboli al dolore di profughi di ieri e di oggi (ma sono assenti stralci documentari sui campi di sterminio: "L'Olocausto appartiene alla storia, ad un passato con il quale la gente ha più o meno dimestichezza: ciò che mi interessa è il presente) fino a operazioni chirurgiche mostrate nei dettagli: "Vorrei liberare il campo da fraintendimenti: la scelta di queste immagini non va confusa con un ammiccamento allabody art, che considero patetica, non mi convince: sono una musicista e il suono è qualcosa di metafisico, che trascende il corpo. Il lavoro di un chirurgo ha invece qualcosa che va aldilà del corpo. Le operazioni chirurgiche mi affascinano perché è bellissimo guardare cosa c'è dentro il corpo. La possibilità di introdurre un telecamera negli organi è una visione estetica di grande fascino ed è una metafora visiva del desiderio di capire cosa ci accade dentro. Ed è quello che cerco di fare conil mio lavoro". L'ipnotica "E' un uomo", su testo diPrimo Levi, chiude un concerto spiazzante e necessario: a luci riaccese, mentre il pubblico abbandona la sala, sugli schermi un contatore elettronico enumera, implacabile e agghiacciante, le vittime di Olocausti passati e attuali.

Voto 8 

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