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  14/12/2018 - 15:16

 

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Scanner - arte
 


Arturo Puliti
Viaggio terrestre e celeste
Al Palazzo Degli Studi di Forte Dei Marmi (Piazza Dante)
Fino al 16 giugno la mostra del pittore versiliese omaggio a Luzi

 




                     di Fabio Norcini


Arturo Puliti, bio
Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini


Non sembri spiazzante la citazione di un poeta che non sia Mario Luzi, quale pretesto per iniziare un discorso sul folgorante lavoro di Arturo Puliti che qui si presenta. Un ciclo pittorico di estrema purezza e intensità, di candido rigore e incanto lirico che trae ispirazione e linfa dai versi del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, senza dubbio uno degli esiti più alti del dettato luziano. La poesia in questione è di Octavio Paz, coetaneo di Luzi e quasi suo corrispettivo ispanoamericano per profondità e verità di accento; si chiama Garabato (Scarabocchio) e appartiene alla raccolta Salamandra, del 1961. Per una di quelle strane coincidenze significative ("sincronicità", come le chiamava C. G. Jung) pare costituire la più poetica introduzione alla "suite" di Puliti e merita di essere qui riportata integralmente:

"Con un pezzo di carbone/ con il mio gesso rotto e la matita rossa/ disegnare il tuo nome/ il nome della tua bocca/ il segno delle tue gambe/ sulla parete di nessuno/ Sulla porta proibita/ incidere il nome del tuo corpo/ finché il filo del mio coltello sanguini/ e la pietra gridi/ e il muro respiri come un petto."

Sono parole che paiono scritte appositamente per commentare l’intera vicenda creativa di questo pittore, che ha fatto della propria sintassi figurativa quasi una pratica ascetica alla ricerca della sintesi ultima: nero (il carbone), bianco (il gesso rotto) e rosso (la matita) le basi tonali dalle quali deriva la sua ossessiva essenzialità cromatica. E come non ravvisare nella "pietra che grida" quel continuo lavoro di scavo che dalle giovanili e violentemente espressionistiche tele raffiguranti le cave dell’Alta Versilia hanno condotto Puliti, tramite una decantazione paziente e maniacale al raggiungimento della pura essenzialità, alla condensazione ad altissima temperatura emotiva dei suoi aforismi figurali ottenuti graffiando fino a sanguinare sulla "parete di nessuno"e bussando alla "porta proibita" di quel mistero che è sì l’eros, ma anche l’arte. Tenendo costantemente presente l’erotismo dell’atto creativo; verrebbe voglia, nel suo caso, di chiamarlo fecondativo.

Non a caso si chiamava Eros una delle sue più significative serie tematiche, nata seguendo l’intuizione geniale di Paolo Marini, gallerista maieutico e fondamentale di tante stazioni sul percorso pulitiano (le memorabili mostre alla Galleria L’Indiano di Firenze e alla Vecchia Farmacia di Forte dei Marmi, quest’ultima "amata odiata" città del pittore). Un’eroticità pervasiva, evocazione di sensualità ora latente ora deflagrante che tornisce, anzi "incide il nome del corpo" in linee allusive, quasi leit-motiv delle apparentemente pacate rispondenze pulitiane. E dunque? Si potrebbe gratuitamente citare un Bataille a caso per giustificare l’eros quale esasperata ricerca della vita fin dentro le più oscure spire dell’autodistruzione, insinuando l’analogo movente che stimola il piacere erotico e quello estetico, in continua alternanza tra fascinazione e disincanto. Il fatto è che in Puliti la "piccola morte" dell’orgasmo, così frequentemente e raffinatamente simbolizzata nei suoi quadri, la confusione corporale del coito che porta alla perdita totale del controllo di se stessi diviene propedeutica ad un’altro tipo di estasi, mistica ed estetica: mezzo privilegiato di comunione con l’alterità.

Da qui nasce il suo confronto con la poesia di Luzi, che già aveva dato adito ad un notevole ciclo di opere ispirate alla raccolta "Su fondamenti invisibili" e che ritorna adesso, ancor più probante con il "Viaggio". Solitudini che si incontrano, caparbio isolamento che si trasforma in serrato dialogo interiore e, prescindendo tempo e spazio, affonda nel simbolo e nell’archetipo. Scrive Paz: "Incarnazioni, disincarnazioni, la tua pittura è il lenzuolo di Veronica di quel Cristo senza volto che è il tempo" (Dieci righe per Antoni Tàpies). Non sembri blasfemo ma quelle di Puliti sono appunto sindoni di attimi in fuga, improvvise estasi sul Monte Carmelo della pittura, istantanee colte dall’iniziatico viaggio di Simone (anche se questi pensa che "Non ha senso l’istante. Ne ha il tempo, ne ha la misteriosa continuità di esso" in Dopo la malattia) così luminosamente e numinosamente reso dall’alta poesia di Luzi. Nel quale, ad esempio, la "porta proibita" di Paz diviene "vaso d’oscurità, bacino celeste inesauribile" (Simone e Giovanna); il testo offre dunque una gran messe di immagini che Puliti traduce con vibrante immedesimazione. Una scelta difficile, indubbiamente. Del lungo viaggio l’artista ha scelto tappe fondamentali che rispecchiano però la sua personale vicissitudine: non a caso Genova, ("meraviglie che a una a una sciorina, festoso saliscendi" in Via da Avignone) lo scabro paesaggio ligure così vicino alla propria terra. Oppure Firenze la "Gran Villa che brulica e formicola. Di là dal fiume" che "tenta e lo respinge, ostica" (San Sebastiano). Un episodio particolarmente sentito da Puliti, il quale proprio nell’ostica Firenze, di ritorno da Parigi capitale delle avanguardie, ha provato la "scossa" estetica più forte, il ritorno alla misura unito al contatto diretto con quei grandi maestri (quali Soffici e Rosai, conosciuti e frequentati) che sotto al miracolo della Cupola ancora respiravano la lezione del Brunelleschi. E ancora Siena cui "la corsa delle sue colline mi sferra in petto quel vento, lo incrocia con il tempo" (Lui, la sua arte). Insomma un’antologia personale che permette a Puliti di riflettere sul proprio viaggio e di andare avanti con poca prudenza con un’ariosità di tratto e felicità cromatica su strade inedite, con la felice inserzione di ori e smalti che rimandano alla "azzurrità" della luce del poetare del Luzi.

Il quale già da tempo (presentazione per la mostra a L’Indiano, marzo 1979) aveva individuato l’intrinseca musicalità del pittore: "Le chiare, lievi, assorte geometrie che Arturo Puliti dispone nei suoi spazi nitidi, e variano o ritornano da quadro a quadro spostate come le luci e le ombre di una meridiana. E’ un ritmo, è una partitura che ci sono diventati familiari, tanto più che toccano una rispondenza assai più che visuale. Ma a ogni nuova esposizione il discretissimo rigoroso amico rinverdisce il primo stupore di quel linguaggio tutto in chiaro, illuminato da una sorta di fieresca sublimità mentale: eppure sospeso su un secolare misterioso retropensiero dove rivive tutto il giro e l’alternanza delle epifanie e delle disperazioni". Sarà solo un caso che parlando, mai come prima, di pittura Luzi intitoli addirittura una sezione del suo poema dedicato a Simone Martini al retropensiero, termine non certo ricorrente nei suoi scritti se non in quel lontano contributo al "discretissimo e rigoroso amico"? E cosa pensare di versi quali "Dove mi porti mia arte?/ In che remoto/ deserto territorio/ a un tratto mi sbalestri... Oh mia indecifrabile conditio,/ mia insostenibile incarnazione! (Lui, la sua arte). Ancora un richiamo alle incarnazioni di Paz, a quel materiarsi della visione che abbiamo già accennato; e proprio sulla "rispondenza assai più che visuale" si gioca la tremenda scommessa di Arturo Puliti, già individuata in un giudizio definitivo e profetico (in quanto verificabile nel successivo evolversi dell’artista) di Piero Santi che risale al 1970: "Arturo Puliti non inserisce la sua idea in ritmi astratti. La sua pittura è struttura secondo riferimenti precisi; la sua semplificazione è apparente perché più agisce verso l’essenza più arricchisce le proprie risultanze. Preferirei dire, allora: purificazione". Meravigliosamente detto: nel suo splendido isolamento, (sempre Santi nel medesimo scritto dichiarava che proprio questa è "l’avanguardia vera", in quanto "scava nei contenuti per trarne fuori la loro miseria e ricchezza") Puliti crea una propria lingua, "altra" da precedenti o contemporanee espressioni.

La sua non è astrazione bensì estrazione: da quell’inesauribile miniera costituita dalla propria interiorità. Che mai come adesso si fa cifra, simbolo assoluto. Le campiture del suo spazio pittorico, percorse come fremiti da linee sinuose e rette, in squisiti accordi coloristici sono inconfondibili come il soffio di Miles Davis o, anche, delle composizioni dei primi dodecafonici (tutte predilezioni musicali dell’artista, che suole ascoltare jazz e musica contemporanea quando dipinge). Da Shakespeare in poi, è noto, la musica è la più sensuale di tutte le arti. Forse perché è fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni, ma anche di tempo.

In tal senso il tempo dell’eros può confondersi con quello dei sogni e della creatività. Ammettiamo pure che i sogni delle cose l’uomo li sogna e i sogni degli uomini il tempo li pensa. Per Puliti però, chiosando un’operina di Salieri, verrà sempre "prima la pittura poi le parole".

Voto 7 

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