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  24/07/2017 - 10:38

 

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Comportamento
A cura di Renato Barilli
Torna in vita il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 1972, con opere di Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Mario Merz, Germano Olivotto, Franco Vaccari e con video di Gerry Schum
Dal 7 maggio al 24 settembre 2017 al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato

 




                     di Giovanni Ballerini


Viva Arte Viva, Biennale 2017
Comportamento, Biennale 1972


"Sono molto grato a Fabio Cavallucci, direttore del Centro Pecci, e ai suoi bravi collaboratori, per aver riproposto una mostra che ritengo di particolare importanza quale Opera o comportamento, allestita in un’ala del Padiglione Centrale alla Biennale di Venezia del 1972, trentaseiesima della serie, svoltasi al solito nell’estate di quell’anno – riflette Renato Barilli -.  Fu una edizione alquanto al di fuori della norma, infatti l’istituzione veneziana non si era ancora ripresa dal blocco intervenuto quattro anni prima, nel fatidico ’68, che non aveva mancato di travolgere anche la Vecchia Signora. Pretesto immediato il fatto che non si fosse ancora provveduto a mutare uno statuto nato ancora in regime fascista, e si sa che per protesta molti artisti rivoltarono le loro opere contro la parete. Ma il clima agitato del momento andava ben oltre quella reazione specifica, infatti ci furono scontri tra la polizia e i pacifici spettatori assisi, come da prassi, ai tavolini del Caffè Florian, in Piazza San Marco”.
Un pezzo di Biennale di Venezia torna in vita a Prato, quasi in contemporanea con Viva arte Viva Biennale Arte 2017.  Non si tratta di una crepa nella curvatura dello spazio-tempo e nemmeno di una sorta di ritorno al futuro, ma è sicuramente un’ottima idea riproporre dal 7 maggio al 24 settembre 2017 al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato il re-enactment del Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 1972, o meglio di una sua parte, Comportamento, curata, oggi come allora, da Renato Barilli, che insieme ad Opera di Francesco Arcangeli rappresentava il binomio dialettico centrale in quella edizione. Opera o Comportamento era, infatti, il titolo completo della mostra, che poneva la domanda se in futuro l’arte sarebbe ancora stata affidata a dipinti e sculture più o meni tradizionali, oppure si sarebbe espansa nella processualità che gli interventi di molti artisti in quegli anni sembravano preferire. La mostra Comportamento apre una collaborazione con il Comune di Firenze, accogliendo l'invito di rivolgere l'attenzione all'arte italiana in rapporto alla grande mostra YTALIA. Energia. Pensiero. Bellezza a Forte Belvedere e altri luoghi d'arte fiorentini, per la cura di Sergio Risaliti e con l’organizzazione di Muse, inaugurata il 2 giugno 2017.
Invece di operare una ricostruzione filologica di quella che fu parte del padiglione centrale, la mostra intende, da un lato, suggerire il senso dei lavori di artisti che in quel periodo - si affacciavano sul palcoscenico internazionale Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Mario Merz, Germano Olivotto, Franco Vaccari - dall'altro, grazie al lavoro di ricerca compiuto da Giada Pellicari, attraverso fotografie e documenti di archivio, cerca di riportare alla luce le vicende organizzative e critiche di quell’evento.
Com’ è noto alla Biennale di Venezia 1972 le polemiche si concentrarono principalmente sul ragazzo con la sindrome di Down esposto, sebbene solo per pochi minuti, dall'allora giovanissimo Gino De Dominicis, innescando pareri contrastanti e causando schieramenti tra loro opposti nella critica dell’epoca. Furono polemiche determinate dall'incomprensione dei nuovi fenomeni contro la nuova arte,strali provenienti da varie aree della cultura, anche da quelle in apparenza innovatrici ma al fondo reazionarie, che non un’analisi vera e propria di quel fatto. Era la forza provocatoria della realtà, che entrava con tutta la sua irruenza nella dimensione artistica a sorprendere e a lasciare interdetti. Si trattava di una mostra molto coraggiosa e pionieristica, in quanto prima occasione, per un’istituzione pubblica come la Biennale, di affrontare il nodo dei movimenti scaturiti, in Italia come altrove, dalla rivoluzione del ’68, di grande impatto proprio nel settore dell’arte, di cui si giunse a proclamare la morte, se intesa come ricorso ai mezzi tradizionali della pittura, sostituiti dai nuovi media tecnologici propugnati da quella svolta: la fotografia, col suo logico sviluppo nel video, l’installazione di oggetti reali, il ricorso al corpo stesso degli artisti o di loro delegati.
“Venendo al Comportamento, ora riproposto, mi sembrò inevitabile partire in primo luogo dai poveristi e in particolare dal decano del gruppo, Mario Merz, nato circa un decennio prima dei suoi seguaci (1925, scomparso nel 2003), e proprio nell’ambito di quell’Informale pittorico ad Arcangeli tanto caro, e pure a me in sott’ordine. – racconta Renato Barilli -. Poi, nei primi anni sessanta, Merz aveva sospeso la sua attività, in attesa del balzo in avanti, della metamorfosi. Forse proprio la sua comparsa a Gennaio 70 aveva segnato uno dei suoi primi ricorsi alla fatidica serie di Fibonacci, quello strumento matematico risalente a uno scienziato di secoli fa che il Nostro ha richiamato in servizio, ricavandone un perfetto motivo “concettuale” con cui andare a misurare praticamente tutti i fenomeni dell’universo, fossero essi vegetali, animali, e anche umani, antropologici. Allora, a Bologna, i numeri di Fibonacci erano appena vergati su lastre di vetro, poi Merz si era allineato a Bruce Nauman nel fare ricorso ai tubi al neon, ma non seguendo il modo rigido di uno dei suoi primi cultori, Dan Flavin, che era rimasto sospeso tra Pop e Minimalismo. L’artista californiano aveva invece effettuato un passo in avanti, usando quei tubi ma in modi attorti, biomorfi, ricollegandosi semmai alle bellissime perlustrazioni compiute in tal senso dal nostro Lucio Fontana. E proprio in nome delle sue scoperte antropologiche Merz aveva associato la magica serie alle curve di un’unità di abitazione primitiva, come l’igloo degli eschimesi, adottando, forse senza saperlo, il motto di McLuhan, o prima ancora di Eliot, secondo cui nel nostro futuro c’è il ritorno al passato. Merz a quel modo è stato premonitore dell’architettura di oggi, che non costruisce più a pareti ortogonali, ma le flette, le incurva”.
Pensata come un percorso attraverso l’allestimento delle opere che furono originariamente esposte, in combinazione ad altre, invece, similari, la mostra si snoda attraverso quattro sale situate nella parte dell’edificio del Centro Pecci progettato negli anni Ottanta dall’architetto Italo Gamberini. È arricchita da una parte documentaria, comprendente materiale fotografico, articoli, filmati e testi pubblicati in quell’occasione. Nel rifacimento di Comportamento sono presenti lavori esemplari come la famosissima e controversa Seconda soluzione di immortalità di Gino di De Dominicis, insieme alla palla, al cubo invisibile e alla pietra che, all’epoca, circondavano il protagonista Paolo Rosa. Impossibile ricostruire interamente la sala di Luciano Fabro, formata da nove preziosi piedi in vetro di Murano e shantung di seta, di cui si propone un ambiente che intende suggerire, illusoriamente, l’atmosfera dell’opera originale, con proiezioni di fotografie di Ugo Mulas, mentre altri lavori realizzati dallo stesso Fabro rimandano ad alcuni aspetti concettuali di quell’installazione. In mancanza del Vascello fantasma, la barca con igloo e numeri di Fibonacci andata perduta, la stanza di Mario Merz viene allestita con diverse opere: il famosissimo Object Cache-Toi, del Kunstmuseum di Wolfsburg, igloo riconducibile a quello esposto in origine sull’imbarcazione, e A Real Sum is a Sum of People – Pub George IV, Kentish Town, London, una serie di fotografie accompagnate dalla serie di Fibonacci al neon effettivamente presenti in mostra.
Sono, inoltre, presenti le Sostituzioni di Germano Olivotto, il più sfortunato di quel gruppo di artisti, in quanto una morte prematura interruppe la sua ricerca pochi anni dopo. Si tratta di riproduzioni fotografiche di alberi naturali, ai cui rami l’artista era solito applicare una correzione, composta da sottili tubi al neon.
Imprescindibile, infine, è anche l’operazione di Franco Vaccari concepita con la cabina photomatic – Esposizione in tempo reale IV – Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio che, storicamente, dà l’avvio a pratiche relazionali e narrative.
Sono esposti anche i due video Tentativo di volo di Gino De Dominicis e Lumaca di Mario Merz dalla raccolta Identifications di Gerry Schum.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente un saggio critico del curatore Barilli, oltre al suo testo apparso allora nel catalogo del 1972,  e ancora, documenti storici e apparati bio-bibliografici su artisti e opere.


Voto 8 

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