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  19/09/2019 - 14:28

 

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I Virtuosi di San Martino
Bravi anche a Superconvenscion 2002
Federico Odling, Roberto Del Gaudio, Vittorio Ricciardi, Francesco Solombrino, Dario Vannini
In teatro e in tv, virtuosi con brio

 




                     di Emilia Paternostro


Autentica rivelazione, stretti in qualsiasi definizione di generi e forme, volutamente anti-settoriali, pronti ad accontentare aspirazioni popolari come i palati più raffinati, I Virtuosi di San Martino che ricordiamo protagonisti dei divertentissimi Carogna Suite e Medea Maturano si sono dimostrati convincenti anche in tv nella Superconvescion a colori 2002. I Virtuosi di San Martino si costituiscono a Napoli nel 1994, quando Federico Odling (compositore violoncellista genovese trapiantato a Napoli), Roberto Del Gaudio (cantante-attore), Vittorio Ricciardi (flauto traverso), decidono di dar vita ad un ensemble da camera con l'apporto di violino (Francesco Solombrino) e chitarra classica (Dario Vannini). Federico Odling aveva accumulato, seppur giovane, una vasta esperienza teatrale lavorando in prestigiose compagnie (Cabaret Voltaire, Carlo Cecchi, Egisto Marcucci, Andrée Ruth Shammah) ed aveva elaborato uno stile compositivo che pur rifacendosi ai modi delle avanguardie più intransigenti, non aveva mai trascurato la necessità della riconquista della musica al teatro. I loro sono spettacoli inattaccabili da qualsiasi punto di vista; accordo perfetto e indistinguibile tra musica e recitato, giochi di luci precisi e funzionali, alternanza equilibratissima tra parti "drammatiche" e "comiche". Mille i piani di lettura dello spettacolo, da quello immediato della musica, mai accompagnamento, ma costante protagonista che duetta inarrestabile con le evoluzioni di parola, di lingua e di pensiero dell'abilissimo Roberto del Gaudio, fenomeno recitante che trascende, diventandole, le sue stesse costanti citazioni. Si cita e si è tutto negli spettacoli dei Virtuosi, che riescono a sedurre ogni platea, grazie a dei grammelot musicali che spaziano da Schôemberg al liscio, dalla rumba a Strawinsky, dai Beatles a Rossini, da Kurt Weill alla musica mariachi, proponendo così al pubblico la balbuzie e l'incertezza creativa della nostra epoca, in un gioco estremo e tragicomico finalizzato all'estraniamento e alla denuncia. In "Nel nome di Ciccio", ad esempio l'esilarante macchietta di Ciccio Formaggio, di cui sono autori Pisano e Cioffi, fornisce il canovaccio per reinterpretare la vicenda ormai senza tempo ed arrivare alla costituzione di una tipologia sociale fin troppo attuale, identificabile e riconoscibile. Più che una passeggiata tra le varie possibilità linguistiche, testuali e recitative si dovrebbe parlare semmai di impossibilità, intesa nel senso di implosione, deformazione e distruzione. Dal punto di vista tematico Ciccio diviene sinonimo di ciccione, di obesità che non digerisce, ma assimila pur continuando a divorare tutto, da Gozzano a Laforgue, da Leopardi agli Squallor, da 'Bella Ciao' alla 'Marsigliese' in una rappresentazione della sua stessa fine e della fine dell'eroe. Le vicende di Ciccio Formaggio, Luisa e il terzo incomodo, i tradimenti, gli amori, le piccole tristezze, il misero porno dei doppi sensi vengono così riconnessi alla rappresentazione in declino: la fine del piccolo borghese del novecento. Attraverso questa decontestualizzazione si cerca di mettere in crisi la tradizione, sentita come costrittiva e penalizzante; svicolando tra le sue maglie e utilizzando la schizofrenia dei passaggi di tono, di genere musicale, di lingua, di personaggi. ….E tutto ciò nel nome di Ciccio e dell'avanspettacolo napoletano.

Voto 8 

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