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  19/07/2019 - 20:28

 

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fenomenologia di Fabio fazio
Festival di sanremo 1999
Faziomba, che delusione!
Il buonismo fatto persona

 




                     di Fulvio Paloscia


Gianluca Grignani assomiglia a Drupi con l'enfisema; Nino d'Angelo fa il verso a Goran Bregovich con tanto di corista al seguito che sembra una voce bulgara rivista in salsa pommarola; tra Marina Rei, Anna Oxa e Cher non si capisce chi è chi; Leda Battisti? Un incontro infelice tra Teresa de Sio, Ofra Haza e Grazia di Michele; Massimo di Cataldo celebra le nozze tra Pupo e il britpop; la cantante dei Dr. Livingstone sembra Mara Redeghieri (Ustmamò) con un nocciolo di pesca di traverso; Max Gazzè fa il verso a Battiato, Nada ai Csi (però diciamolo: il suo è uno dei migliori pezzi del festival). Anche quest'anno a Sanremo si inseguono copie più o meno fasulle, epigoni, citazioni un po' troppo scoperte (plagi? non ancora, ma c'è tempo), ispirazioni più o meno dichiarate; un valzerone dell'impersonalità comandato da lui: Fabio Fazio, l'epigono di se stesso, l'autocitazionista, il capo di una combriccola che non cambia mai, che fa sempre le stesse cose, si parli di calcio o di musica. Aldilà delle canzoni e degli ospitoni (standing ovation, per favore, per Blur, Skunk Anansie e Ivano Fossati, fino ad oggi gli unici veri scossoni all'Ariston), soffermiamoci su questo giovane al quale la Rai ha affidato il timone del rinnovamento. Il che poteva funzionare fino a qualche anno fa, fino ad Anima mia: seppur con mille difetti, quella trasmissione fu un bel cortocircuito per la tv nazionalpopolare, che riscopriva il suo passato (soprattutto quello più pop) e lo legava a doppio filo al nostro, tra moplen, tavoli da cucina in formica e tinelli con souvenir luminosi. Insomma, l'adorata paccottiglia di due decenni fa tornava a galla con tutto il suo fascino bizarre, e festa fu. Adesso Fazio vuole giocare con i luoghi comuni del festival, smascherarli, isolarli dal contesto per mostrarci la loro ridicola pochezza. Alcuni ce li incornicia come "momenti clou" (il cambio di costume della valletta); altri li accartoccia e li butta nella pattumiera (il suo abito, ad esempio: retaggio degli anni Ottanta o "look da profugo", così di moda nell'era Kusturica). Ma questo gioco allo smascheramento del "festival dei festival" non è fatto di colpi bassi: l'ironia indulge alla sopportazione, all'accondiscendenza; Fazio nei confronti di Sanremo si comporta come un padre che sgrida il figlio bizzoso ma poi lo vizia, gliele dà tutte vinte. Non può non venirci in mente, a questo proposito, un ex grande della tv, oggi completamente perso nel suo trip napoletano da essere diventato parte di quel mainstream spettacolare che per tanto tempo ha preso di mira: Renzo Arbore. Le sue trasmissioni - da L'altra domenica a Indietro tutta passando per Quelli della notte - menavano fendenti alla tv del vuoto pneumatico; il buon Renzo non aveva bisogno di frugare nella discarica di viale Mazzini perché il peggio lo aveva lì, a portata di mano e ce lo mostrava con fare gustoso. Fazio, invece, accenna ma non va in fondo, fa il sollettico ma non graffia, alla fine rimane imbrigliato lui per primo nel "sistema sanremese" con molta, moltissima difficoltà a uscirne. Confessiamolo: funzionava molto più un grande vecchio come Raimondo Vianello, con il suo humour nero senza peli sulla lingua, con le sue frecciatine che non guardavano in faccia nessuno, con il suo scoperto "che ci faccio io qui?", domanda alla quale non dava una risposta, non voleva darla. Che Fazio sia il buonismo fatto persona, il politically correct all'ennesima potenza, un presentatore che dà un colpo al cerchio e uno alla botte per non inimicarsi nessuno, lo si sapeva ormai da tempo: al "Dopofestival" (mai edizione fu più fiacca come quella di quest'anno, tranne l'esilarante presenza del linguista Baldelli ieri sera) non se la prende con nessuno, abbassa gli occhi di fronte agli elogi e alle critiche, non sa cosa rispondere, sembra avere difficoltà a spiegare il "suo" Sanremo. Ma che arrivasse a sfiorare il populismo, beh, non ce lo saremmo mai aspettati. Confessiamolo: l'idea di chiamare una casalinga o un'avvocatessa a presentare il festival ci piace, ma non siamo d'accordo sul fatto che rappresenti una normalizzazione del festival, come molti giornakli hanno detto. Perché la televisione, pur nel suo uso quotidiano, è sempre un fatto eccezionale; essere dentro il piccolo schermo, a nostro avviso, dà sempre un senso di importanza, di "evento straordinario" che esula dai ritmi di ogni giorno. Soprattutto se si riesce, in un modo o nell'altro, a prendere parte a Sanremo. Si sa, è motivo di vanto essere tra il pubblico che siede all'Ariston, figuriamoci se si calpesta direttamente il palcoscenico. E' vero, anche in Anima mia Fazio ci chiamava in causa un per uno, riscovando dal nostro passato oggetti che ci sono appartenuti, fotogrammi e suoni che hanno fatto parte di un immaginario tra il sublime e il ridicolo. Però in quella trasmissione c'era un altro gioco: quello della complicità sottile e ludica. L'abbassamento della sacralità festivaliera ha un effetto strabico: da una parte diverte per il suo aspetto dilettantesco, dall'altra sembra potenziare ancora di più - se possibile - l'eccezionalità dell'evento. La stampa ha proclamato Fazio vincitore nel suo tentativo di far assomigliare Sanremo al paese reale, normale: ma Sanremo non è un evento reale, o normale. E' un carrozzone dove comanda il musicbusiness, lo stardom, la ricchezza, lo sfarzo, dove girano cachet stellari. Compreso quello di Fazio. E in fondo questo è il bello del festival: il suo essere un carrozzone che passa veloce nelle nostre vite, che ci riguarda solo come attoniti e smaliziati spettatori; un rito eccezionale che ha motivo d'esistere solo se riferito a se stesso, alle sua dinamiche, ai suoi lustrini. Il paese reale è diverso. E ascolta altra musica.

Voto 4 

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