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  18/12/2017 - 09:49

 

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Scanner - musica
 


Dandy Warhols
Thirteen tales from urban Bohemia
[Capitol 2000]
L'underground sound del quartetto di Courtney Taylor-Taylor

 




                     di Paolo Boschi


Il glam rock ed il sound dei Velvet Underground sono vivi e vegeti nell’immaginario musicale di Courtney Taylor-Taylor, fondatore, indiscusso frontman, compositore, voce solista e chitarra dei Dandy Warhols, band formata a Portland intorno a metà degli anni Novanta e di cui fanno attualmente parte il chitarrista Pete Holmström, la bassista (e tastierista) Zia McCabe ed il percussionista Brent DeBoer. Il nome della band parla da sé: ricordate la mitica banana sbucciabile firmata da Andy Warhol per The Velvet Underground & Nico? Il trait d’union tra l’epocale manifesto sonoro dell’underground è fin troppo palese e non a caso i Dandy Warhols hanno già avuto il classico quarto d’ora di celebrità teorizzato dal loro scomparso omonimo, per l’esattezza nel 1997, grazie al formidabile singolo Not if you were the last junkie on earth, estratto dal secondo album del gruppo, The Dandy Warhols come down. Al terzo disco Courtney e soci hanno azzeccato un efficace concept di rock maledetto, tra il primo Bowie e Lou Reed, tra Iggy Pop ed i Rolling Stones: un personale itinerario nelle metropoli bohémiennes che ancora, a giudizio insindacabile degli autori, devono pur esistere da qualche parte, se hanno ispirato le tredici tracce di Thirteen tales from urban Bohemia. Diciamo subito che l’album nel complesso è bello e ricco di ottimi modelli, un po’ spersonalizzante sotto questo punto di vista, perché è arduo capire dove finisce il modello e dove cominciano i Dandy Warhols: a prescindere dal dettaglio teorico la musica del disco conquista progressivamente con l’iterarsi degli ascolti, svelando sempre nuovi dettagli. Talvolta la voce di Courtney Taylor-Taylor arriva addirittura a confondersi con quella di Lou Reed: accade in tre degli episodi più riusciti della tracklist, ovvero le contagiose Solid, Horse pills e Shakin’, quest’ultima dotata di backing vocals che ricordano tremendamente i Talking Heads. Il disco parte a marce basse con l’intensa Godless, che poi si apre verso sterminati orizzonti introspettivi. Il muro di suono in cui ci si imbatte in Nietzsche è un ulteriore esempio della capacità citazionistica della band, che stavolta attinge a Jesus & The Mary Chain ad uso e consumo del gentile pubblico. Tra le altre canzoni notevoli di Thirteen tales from urban Bohemia è d’obbligo ricordare il country atipico di Country leaver – seguita a ruota dall’atmosfera spaghetti western di Get off –, Bohemian like you (dove Courtney ci porta a spasso dalle parti degli Stones), l’attacco d’eccezione di Big indian e la conclusiva The gospel, dolcissima ma non stucchevole.

Dandy Warhols, Thirteen tales from urban Bohemia [Capitol 2000]

Voto 7 

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