partner di Yahoo! Italia

Fizz - Idee e risorse per il marketing culturale !

Scanner - Cultura Opinioni Online
links redazione pubblicità info redazione@scanner.it


   


Mika
Sinfonia pop
Giancarlo Schiaffini
L’improvvisazione non si improvvisa
R.E.M.
Si sono sciolti
Roberto Cacciapaglia
Ten directions
Hector Zazou
Scanner ricorda il grande artista
The Puppini Sisters
boogie-woogie e il swing-pop
Mstislav Rostropovich
E' morto il 27 aprile 2007 il grande violoncellista e direttore d'orchestra
Yuri Bashmet
Il principe russo della viola
Lino Cannavacciuolo
Live
Ligabue
Il reportage di Scanner dal concerto

 


Ricerca avanzata

 

 

Arte Musica Libri Cinema Live Interviste Home Vignette Gallery Hi-Tech Strips Opinioni Gusto Ospiti TV

  21/04/2019 - 06:09

 

  home>musica > personaggi

Scanner - musica
 


Goran Bregovich
Europena tour 2000
Con la sua Weddings & Funeral Band, le Voci Bulgare e il Coro e l'Orchestra di Belgrado
Il musicista passato alla storia per le colonne sonore dei film di Kusturica

 




                     di Fulvio Paloscia


Goran Bregovich, passato alla storia per le colonne sonore dei film di Kusturica, di nuovo in Italia, con un'orchestra di 41 elementi (la sua Weddings & Funeral Band, le Voci Bulgare e il Coro e l'Orchestra di Belgrado). Di nuovo a raccontarci, dal vivo, la sua musica che non si ferma alle danze indiavolate di Underground. Perché Bregovich è capace di voli solari ma anche di cupi precipizi, di sonorità oscure e di incolmabili malinconie. Lo dimostra la musica di Train de vie, il film - appena uscito - del rumeno Mihaeileanu dove due ore di klezmer e di musiche zigane sfumano, nei titoli di coda, in un malinconico adagio che sarebbe piaciuto a Mahler. Un bel coup de theatre, ma del resto Bregovic stesso confessa che oggi il suo interesse circuisce certi panorami della musica contemporanea: "Io non ho avuto un'educazione classica - spiega il compositore -, mi definisco di 'larghi gusti', uno che si diverte a metter su fanfare e che poi si siede e compone brani molto più strutturati. Lo posso fare perché oggi sono un musicista libero. Fino a metà anni ottanta in ex Jugoslavia sono stato una rockstar: uno che dall'oggi al domani si è trovato in cima alle classifiche imitando i Led Zeppelin. Ma il rock è una malattia che ti porta a pensare solo alla carriera, costruisci la tua vita solo in quella direzione e la creatività va a farsi benedire. Questo è uno dei motivi per cui non lo faccio più; questa è una delle ragioni per cui mi influenza sempre di meno: quando compongo per un'orchestra, mi sento molto più vicino ai compositori del profondo nord, come Paart a Gorecki". Chitarre elettriche, bassi e batterie per Bregovic oggi non comunicano altro se non un senso di vuoto e di sconfitta: "Prima della caduta del comunismo, nei paesi dell'est il rock era l'unico modo di essere diverso, un buon modo di credere in un sistema di valori alternativo senza finire in prigione. Oggi tutto questo si è perso. Il rock non è più l'unica strada per difendersi, non ha più l'importanza politica di una volta e io non ci credo più molto. Come posso farlo se gli Stones sono considerati ancora il più grande gruppo in circolazione?". Allora, molto meglio la tradizione: "Non sono il solo a pensarla così. I ragazzi di oggi hanno riscoperto la memoria, le cose con cui il tuo dna ha sempre avuto confidenza ma non te ne sei mai accorto. Un ragazzo, oggi, può andare quanto vuole a farsi un hamburger da MacDonald: ma quando vuol cenare bene, puoi stare tranquillo, va in uno di quei ristoranti dove si mangia come una volta. La memoria è la mia principale fonte di ispirazione: il mio lavoro è simile a quello delle donne che cuciono coperte mettendo insieme vecchi rimasugli di stoffe. E se guardo più indietro che avanti, la colpa è stata forse anche della guerra". Lo dice uno che la guerra l'ha avuta in casa: madre serba, padre croato, moglie musulmana, ognuno con una vita impazzita: "C'è stato un momento in cui mi sono sentito inutile ma non nei confronti di quei miei connazionali che si uccidevano fra di loro e che avevano bisogno solo di pazzi, ma in quelli di chi subiva innocente. Mi sono trasferito a Parigi, con Kusturica passavamo pomeriggi interi appiccicati alla televisione ad aspettare notizie. Poi a un certo punto ho detto basta, ho cominciato a lavorare più che mai, a comporre per dare al mio popolo qualcosa di cui essere orgoglioso. Era l'unica cosa che potevo fare". A Sarajevo non è più tornato "e vivere altrove per me è dura. Sarajevo è una piccola città di provincia e il mio ritmo è quello lì: mi mancano gli amici che hanno anche tempo da perdere". Ex musicista ambulante e intrattenitore nei pianobar di Ischia ("In Italia conobbi anche un gruppo, mi sembra si chiamassero Pooh, si ricorderanno di me?"), diventato poi il Nino Rota dei Balcani, adesso Bregovic ha preso la ferma decisione di allontanarsi dal cinema: "Lavorare a buoni film è sempre più difficile, un brutto film porta con sé una colonna sonora fatta di stereotipi. Dopo aver scritto musiche per La regina Margot o Il tempo dei gitani, credo che possa bastare: non ho più bisogno di soldi come una volta, i miei dischi vendono comunque e adesso posso scegliere. C'è ancora chi crede che il cinema sia l'ultima grande arte del ventesimo secolo, io no: i film sono solo prodotti e la vita è troppo corta per lavorare a dei prodotti". E l'addio a Kusturica che per Gatto nero gatto bianco si è rivolto ad altri musicisti? "Emir lavora da troppo tempo e dopo Underground, importantissimo per tutti e due visto che parlava di guerra mentre la guerra era in svolgimento, sentivo che la nostra collaborazione era arrivata a un capolinea, al culmineE credo che anche per Emir sia arrivato il tempo di cambiare". E allora, se gli si chiede una parola, una sola, che racconti questi suoi primi 37 anni spericolati di vita, Bregovic risponde: "Kitsch. Con un padre colonnello, una madre impiegata, cos'altro potrei essere? Non ho vissuto nella cultura, ma nella subcultura; amo accozzare i contrasti, ecco perché metto insieme Iggy Pop e con le fanfare balcaniche. La mia vita mi ha insegnato che il kitsch ci fa sentire più umani e meno santi. E per me niente è santo. Nemmeno l'arte".

Voto 8 

        Invia Ad Un Amico

© Copyright 1995 - 2010 Scanner