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  17/12/2017 - 08:51

 

  home>musica > rock

Scanner - musica
 


Blur
The best of Blur
[Emi 2000]
Blur punto e a capo

 




                     di Paolo Boschi


Non sono una signora


Tempo di bilanci per la band di Damon Albarn: il dinamico quartetto londinese ha pubblicato un best of antologico con diciassette hits e l'inedito "Music is my radar"

Anche i Blur di Damon Albarn, noti al mondo come indiscussi alfieri del brit pop, indefinibile (ed indefinito) nome del sound inglese degli anni Novanta, sono arrivati al fatidico punto d'arrivo del best of antologico: una scelta tipicamente commerciale - soprattutto da parte di un'etichetta discografica come la Emi (vedi la recente raccolta dei numeri uno beatlesiani - che, per una volta, mostra di avere un senso celebrativo anche sotto il versante cronologico, coincidendo con il decennio di attività del gruppo. L'antologia è filologicamente corretta sotto il versante musicale: diciassette brani complessivi che offrono davvero il meglio dei sei album pubblicati finora dall'esordio con Leisure (1991) fino al recente 13 (1999), oltre al classico inedito, lo stralunato, ipnotico e sperimentale Music is my radar, a chiudere la tracklist. Giudicare questa raccolta significa stilare un bilancio di dieci anni d'indefessa attività creativa: ed il giudizio è inevitabilmente positivo ed in costante crescita, proprio ciò che i Blur sono stati in questi anni, più trattenuti alle prime uscite a base di ironia e divertimento, più sperimentali durante la maturità del gruppo che, almeno stando agli ultimi due lavori, mostrava d'aver lasciato perdere la disfida (più d'immagine che di contenuti) con gli Oasis e di seguire la falsa traccia dei Radiohead, ovvero una musica (rarissima al giorno d'oggi) che va diretta all'arte trascurando la moda (anche se non ai livelli della band capitanata da Thom Yorke). Non male neppure lo schema di proposta, altalenante e descrittivo dell'eclettismo dei Blur: la raccolta si apre all'insegna dell'energia con il sinistro ticchettio di Beetlebum, che prelude all'esplosione definitiva con lo schizzato punk-rock di Song 2, indiscusso picco hard della band. A ruota si passa prima ai Blur più sofisticati di There's no other way, quindi ai Blur idilliaci e sognanti di The Universal, poi ancora al pop svagato di Coffee and TV e di End of the century, inframmezzato dal contagioso riff di Parklife e seguito dalla dolcissima No distance left to run. La parte centrale dell'antologia presenta prima il dilatato country gospel di Tender e quindi la disco trash di Girls and boys e la deliziosa apologia beatlesiana di Charmless man, che con She's so high e Country house forma un trittico ideale ispirato al quartetto di Liverpool. Altra traccia, nuova storia, altro genere: dai richiami al sound anni Cinquanta di To the end si passa senza soluzione di continuità alla collaborazione elettronica con William Orbit (quello dell'ultima Madonna) di On your own, uno dei brani più in progressione di sempre. Prima dell'inedito il best of fa ancora in tempo ad illustrarci i Blur elegiaci di This is a low e i Blur progressive di For tomorrow. Contate i brani: li abbiamo citati tutti, e non a caso, perché tutti degni di menzione. I Blur, con la felice e costante fusione della chitarra di Coxon e della voce ( e dei testi) di Albarn, si sono imposti come una delle band più eclettiche dell'ultimo decennio. In dettaglio fanno due brani da Leisure, uno da Modern life is rubbish, quattro da Parklife, quattro da The great escape, quattro da Blur, due da 13 (ed un inedito gradevole): i fans accoglieranno gioiosamente un greatest hits all'altezza (e non capita spesso nello showbiz), dove pare mancare (ma è un opinione personale) soltanto Look inside America da Blur, marcata nel finale da un notevole contrasto di arpeggi e chitarra elettrica. Probabilmente i migliori trenta secondi della discografia dei Blur, ma non si può avere tutto dalla vita...

Blur, The best of [Emi 2000]

Voto 8 

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