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  28/05/2017 - 16:37

 

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La fine di Shavuoth
Regia di Ciro Masella
Terza rappresentazione del testo di Stefano Massini. Con Ciro Masella, Daniele Bonaiuti, Valter Corelli, scene e costumi Eva Sgrò
Visto al Teatro San Martino di Sesto Fiorentino il 10 gennaio 2011

 




                     di Tommaso Chimenti


La fine di Shavuoth, 2010
I capitoli del crollo, Volume primo: Tre fratelli, 2010
L’Italia s’è desta, 2010
Frankenstein ossia il Prometeo moderno, 2009
La Gabbia III, 2008
Donna non rieducabile, anteprima, 2007
L’odore assordante del bianco, recensione, 2007
Stefano Massini, Scanner intervista il regista fiorentino, 2007
L’odore assordante del bianco, scritto e diretto da Stefano Massini, 2007
Muro di silenzio, diretto da Stefano Massini, 2005
Norma 44, di dacia Maraini, diretto da Stefano Massini, 2004
La Gabbia, diretto da Stefano Massini


"Rendimi il tempo della mia adolescenza quando non ero ancora me stesso. Se non come attesa. Rendimi i desideri che mi tormentavano la vita. Quelle pene strazianti che pure adesso rimpiango” ( “Faust”, Goethe).
“Vola solo chi osa farlo”. (“Il gatto e la gabbianella”, Luis Sepulveda)
“Dietro questa maschera c’è un uomo e tu lo sai, l’uomo di una strada che è la stessa che tu fai. E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via”. (“La favola mia”, Renato Zero).

Terza rappresentazione per questo testo di Stefano Massini, nato come “Metamorfosi”, ai suoi tempi del Teatro di Rifredi, passato nelle mani di Cristina Pezzoli e lo Stabile di Bolzano tre stagioni fa, e adesso riportato in scena da Ciro Masella, attore e regista ne “L’Italia s’è desta”, sempre firmata dal drammaturgo fiorentino. Due giovani, un futuro grande attore ed un futuro grande scrittore, Loewy e Kafka (incontro realmente avvenuto cento anni fa esatti!), ma potrebbero essere due ragazzi di oggi pieni di sogni, si ritrovano chiusi in un tempo altro, separati in una bolla di sapone notturna, una parentesi dove si può esplicitare quello che è nascosto, le velleità segrete, le voglie, le paure, l’inadeguatezza verso il domani che spaventa, l’incertezza, il pensare di non farcela e quindi rimanere impantanati nel fango dell’immobilismo, nelle sabbie mobili del terrore del fallimento, della sconfitta. Sembra a tutti gli effetti un dialogo contemporaneo, attualissimo. La scena è spoglia dove fanno mostra un tavolo ed alcune sedie, da padroni la fanno le luci che amplificano le ombre in un continuo gioco di pieni e di vuoti, di nuove certezze raggiunte dialetticamente, di dubbi perenni che si aggirano come fantasmi, spettri pronti a tornare più vivi e presenti che mai. Manca la fiducia nei giovani nella società. La depressione da impotenza è dietro l’angolo, l’ansia da prestazione colpisce i più insicuri. Certamente un testo anti-bamboccioni. Siamo al prima, quando tutto era in divenire, quando tutto era da farsi, e tutto ancora possibile, nel bene e nel male (a breve partirà una mostra a Firenze Palazzo Strozzi su Picasso, Mirò e Dalì, “Giovani e arrabbiati”, quando erano soltanto Pablo, Joan e Salvador). In questo stimolante e autolesionista limbo, in questo trampolino traballante un timoroso Kafka, che fatica a lasciarsi andare, Daniele Bonaiuti sempre pulito e in punta di piedi, incontra- si scontra- inciampa nella scossa, nella presa di coscienza che è rappresentata dall’attore Loewy, sfacciato fino all’arroganza, bugiardo e “mariuolo”, Ciro Masella eclettico, spumoso e energetico. Sono due persone distinte e diverse con le stesse aspirazioni e le stesse domande oppure sono due facce della stessa inquietudine, i due volti del coraggio e della tensione che albergano, dominandosi a vicenda fino ad annullarsi, dentro molti adolescenti in una lotta intestina che paralizza la maggior parte di essi? Come se fosse una seduta psicoanalitica, un racconto di sé a quella parte di se stessi che si è voluto nascondere, celare dietro l’ordinario, dietro la fatica, il dolore e la sofferenza di mettersi in gioco, di poter vincere come di saper perdere. Come una sorta di matrioske, di scatole cinesi, di Mille e una notte, aneddoti e ricordi tornano in superficie, si danno in pasto all’altro dimostrando che le differenze, all’inizio macroscopiche, sono soltanto nella forma e nell’inquadramento del problema. C’è la critica ai padri che l’uno affronta adattandosi, Kafka lavorava per le assicurazioni, l’altro fuggendo inseguendo i propri sogni e rinnegando il genitore. C’è condivisione e solidarietà tra i due, vicinanza e affetto, così come duri scontri e rivolte disperate verso ciò che non si può accettare. Come pulcini che scoprono di avere ali d’aquila e si stupiscono fino a nascondere questa dote perché “diversa”, senza mai sfruttarla e metterla in pratica. La cappa di potere anziano che i due segnalano e manifestano sembra quella attuale italica che spinge molti al pessimismo, all’abbattimento. E non può non venire in mente il programma di Fazio e Saviano “Vieni via con me” dove ci si interrogava sulle ragioni del restare e quelle dell’andarsene. Ed è un sabato del villaggio, pronto all’esplosione, ed è l’ansia prima del decollo, ma, si sa, “vola solo chi osa farlo”.

Voto 7 

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