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Isola Teatro
Senza Lear
Regia Marta Gilmore, con Armando Iovino, Elisa Porciatti, Laura Riccioli, Coproduzione laLut/ Voci di Fonte, Rialtosantambrogio
Visto a Voci di Fonte, Siena, 20, 21 giugno 2010. Vincitore Premio Lia Lapini ‘09

 




                     di Tommaso Chimenti


"Senza te, cosa si fa nei pomeriggi troppo blu. Senza te la vita sa di fumo e di malinconia, senza te io non so dove andare, cosa fare, chi sognare, senza di te” (Anna Oxa, “Senza di me”).

Il trasporto in versione pop del classico del Re e del regno diviso tra le tre sorelle, Regan, Cordelia e Goneril, (cechoviane?) non riesce perfettamente come in occasione dell’Amleto a pranzo e a cena di Oscar De Summa dal quale questo lavoro, vincitore del Premio Lia Lapini 2009 al Festival Voci di Fonte, dell’ Isola Teatro, volente o nolente, prende spunto, forma, e si rifà anche per la presenza di Armando Iovino, trade union tra le due piece. C’è da dire che “Re Lear” non è un classico shakespeariano che è riuscito ad entrare ed a passare nella sfera collettiva popolare come l’Amleto, appunto, o Romeo e Giulietta, o anche lo stesso Otello. Questo ha reso la fruibilità ostica ed a tratti non troppo scorrevole vista la complessità da un lato dell’intreccio della trama e dall’altro lo scarno, quasi nullo se non minimalista, apporto scenico e costumistico. Gli attori si assommavano ed accollavano il peso di vari personaggi ad intervenire su una scena con cambi di ritmo repentini. Elemento centrale che fa da arena e cortile, da spazio delle rimostranze in questo dialogo a tre voci che si accavallano e creano alleanze furtive e guerriglie improvvise, ecco un rettangolo da calcio mini (tempi da Mundial), potremmo dire da subbuteo, un piccolo campetto da calcio verde moquette sparato e tinteggiato (“le partite si devono giocare”, dicono sulla scena), falso e finto come un gioco che ha delle regole ma senza l’arbitro a poterle far rispettare. Oppure con l’arbitro talmente presente nella sua assenza da impedire il gioco ed a far diventare la commedia tragica ed il sorriso beffardo ed ironico un pianto inascoltato e impotente. C’è il campo, ci sono i giocatori che corrono e si scontrano, ci sono le panchine (altro legame con l’Amleto di de Summa). Panche che fanno riposare, che potrebbero assomigliare a piccole porte, feticiste dove provare penetrazioni di Risiko, dove infilare le proprie unghie per accaparrarsi, nel buonismo condiviso, più terreno possibile. E’ un gioco delle tre carte, di tarocchi napoletani truccati in mezzo a via Toledo. Ci aspettano già sulla scena, sono vestiti da festa, da matrimonio che non si compirà. Infatti sono scalzi, perché chi non ha scarpe va poco lontano. E lì infatti rimangono in quell’ovile stretto e lacerante ed angusto e claustrofobico a martoriarsi di domande e risposte senza il giudice supremo che dia pace e placet. Lear non è il padre di Amleto che torna a dargli le dritte ed a spingere, pretesto o alibi, la sua, vera o presunta, follia riparatrice. I tre (Iovino è spassoso nel suo francese maccheronico baresizzato, banfizzato o cassanizzato nell’intonato “Champagne” alla Peppino di Capri o meglio alla Nicola di Bari, la Riccioli e la Porciatti hanno silhouette e piglio e padronanza da dee greche) invocano l’aiuto, il supporto, lo sguardo complice e ruffiano e partecipativo del pubblico. Gli strizzano l’occhio, lo vogliono al loro fianco. Sembra di rivedere la recitazione degli Artefatti, ora esteriore, ironica, tutta fuori da prova aperta, adesso interiorizzata e drammatica, dentro, contratta e intima. Ed infatti Tom Waits ci grattugia sopra, come zucchero a velo amaro ed avvelenato, un po’ delle sua voce fino a farci sentire tutti piccoli, piccoli.

Voto 7 ½ 

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