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Compagnia Oscar De Summa
Amleto a pranzo e a cena
Di: Oscar De Summa, Con Oscar De Summa, Armando Iovino, Roberto Rustioni, Angelo Romagnoli. Produzione: Emilia Romagna Teatro, costumi Stefania Cempini
Il 18-19 marzo 2009 al Teatro Era – Pontedera

 




                     di Tommaso Chimenti


Come ammodernare un classico (il, per eccellenza), senza distruggerlo, senza snaturarlo. Senza farsi schiacciare, senza soccombere sotto il peso di parole declamate a mò di spot. Una drammaturgia entrata nel senso comune, passata, filtrata in modi di dire, scivolata nel quotidiano, liquefatta, e quindi stracciata e tritata, nella comunicazione contemporanea. Tutti fanno Amleto, tutti l’hanno fatto almeno una volta, tutti l’hanno visto, tutti vorrebbero farlo, come accenna Oscar De Summa nell’incipit-ouverture-confessione-legenda con il pubblico. Lo chiamano “pippone”. Ed hanno il coraggio per farlo. C’è chi lo mette in scena in quindici ore e chi lo velocizza, lo comprime in una scarsa e divertente oretta. Una piece pop: l’ideale per girare nel tendone dell’Ert nelle campagne desolate in Emilia e dintorni. Oscar ha la faccia da schiaffi, un sorriso sempre pronto ad accendersi, sul bordo del trampolino, per poi rientrare nella parte come un paguro nella sua conchiglia. E’ un Amleto in forma ridotta, all’osso, andando all’essenziale, ma non è un bignami, è una selezione delle scene necessarie. Un ringraziamento profondo per non aver utilizzato il teschio nel monologo dell’essere o non essere. I costumi sono scarni, ci si cambia a vista, senza quinte, gli attori sono anche mixeristi e musicisti. Questa è la forza dell’“Amleto a pranzo e a cena” dell’impertinente De Summa: “Perché Amleto è come Lady D”. Come dire: è come il prezzemolo. Ovvero: non se ne può più. Ed allora ribaltiamolo, maneggiamolo senza alcuna cura, sballottiamolo che il testo regge, centrifughiamolo, shake(speare)riamolo. Le scene sono annullate, azzerate. Un quadrato ring, con luce quasi sempre fissa ad inglobare anche la platea nella loro revisione, è il palco dove scendere e salire ed entrare nella parte. Nella penombra si è solamente persone e attori, non più Ofelia o Laerte, Polonio o Claudio, Gertrude o Orazio. Anche: “C’è del marcio in Danimarca” ci è stata, finalmente, risparmiata. Ri-grazie. In formazione davanti al pubblico fanno delle “summa” delle puntate precedenti. Ricordano da un lato, per impatto ed approccio l’“Amleto” del Teatro Minimo (stessa provenienza geografica fervida, la Puglia) di Michele Santeramo e Michele Sinisi, dall’altro, come scanzonatura tagliente e goliardia viscerale, i tipi dell’Accademia degli Artefatti. Dentro e fuori. Gli attori stanno in panchina pronti a diventare titolari, ad entrare in gioco, a scattare in scena, quando chiamati all’occorrenza. Potrebbe essere un provino. Il personaggio attende paziente il suo turno come in una sala d’aspetto, guardando come in una interminabile partita a ping pong cinese l’alternarsi delle battute da un capo all’altro. Tic-tac. Folgorante la scena di Rosencrantz e Guildenstern, con le maschere con il nasone arcuato, come due anziani surreali annoiati al parco. Anche con l’hip hop si arriva fino all’ultima fila, in un tourbillon di entrate ed uscite. Una tragedia. Tutt’altro che una tragedia di spettacolo. Miglior interprete: l’arazzo.

Voto 7½ 

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