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  27/05/2019 - 07:09

 

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Punta Corsara
Il Signor di Pourceaugnac
Regia di Emanuele Valenti, Fondazione Campania dei Festival. Con Christian Giroso, Tonino Stornaiuolo, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Giuseppina Cervizzi, Gianni Rodrigo Vastarella, Vincenzo Nemolato, Mirlo Calemme. Adattamento e traduzione Antonio Calone, Emanuele Valenti, scenografie Francesco Avolio, Roberto Carro, costumi Daniela Salernitano, musiche originali Michele Di Palo, disegno luci Gianni Staropoli, fonico Marco Esposito, maschere Salvatore Oliva, foto di Camilla Mastaglio
Visto al Festival Primavera dei Teatri dal 31 maggio al 5 giugno, Castrovillari, Cosenza il 31 maggio 2011 al Teatro Sybaris

 




                     di Tommaso Chimenti


Si apre il dodicesimo festival Primavera dei Teatri. Nonostante i tagli penalizzanti. Un giorno di rassegna e qualche rappresentazione in meno rispetto agli altri anni. A Castrovillari, in cima alla Calabria, sotto il monte Pollino, a trenta chilometri dal Tirreno come dallo Ionio, piove. Per strada cani randagi e cassette di frutta del dopo mercato. A giorni ci sarà l’elezione di “Golden Miss”, a seguire un imitatore di Adriano Celentano: il nuovo che avanza. Le nubi si fermano proprio a fare da cappa scura sopra la montagna, che protegge e incute reverenza. Ogni anno sorpresa ironica e pungente è la locandina della rassegna. Se lo scorso anno in primo piano c’era una banana giallissima sbucciata dalla quale usciva, osé e hot, un peperoncino rossissimo passione, quest’anno si scherza meno. Un colletto bianco incravattato, leggermente inquietante la bombetta in testa da Arancia Meccanica, ci guarda, pinteriano, con una maschera a gas, che ricorda la canzone di Gianna Nannini (“quest’amore è una maschera a gas, quest’amore è una sfida sul ring”). Viene in mente il referendum prossimo sul nucleare (le recenti immagini dello striscione degli attivisti di Green Peace esposte allo stadio Olimpico in occasione della finale di Coppa Italia di calcio), ma soprattutto gli ennesimi ed ulteriori tagli alla cultura che stanno lasciando senza ossigeno, senz’aria né possibilità di manovra compagnie, teatri, soffocando progetti, un laccio stretto intorno al collo della creatività, del lavoro, dell’inventiva. Apertura, allegra, colorata, divertente, scanzonata, popolare, facile, con il Moliere rivisitato in salsa vesuviana da Punta Corsara, i ragazzi di Scampia, vele e cemento e Gomorra e spaccio, che, dal 2007 con la direzione Martinelli, ha sfornato prima “Fatto di cronaca” con la regia di Arturo Cirillo (visto pochi giorni fa ne La morsa pirandelliana al Museo del Bargello a Firenze) e adesso questo “Il Signor di Pourceaugnac”. Il comparto è passato nelle mani del giovane, attore e regista, Emanuele Valenti, di nome e di fatto, potremmo dire: impegno e passione su ogni ruga e sorriso e ciuffo sbarazzino. Ma, ci sono i ma. Progetto encomiabile, idea da salvaguardare come i panda, tensione da illuminare. Certamente, ma. Questa “farsa”, proprio come la definisce già lo stesso sottotitolo, e qui trasportata in una Napoli attuale, odierna, nella messinscena (onesta) prende tutte le sembianze della realtà, quella che quotidianamente si legge sui giornali, quella dalla quale sgorga il senso e il luogo comune, il pregiudizio, lo stereotipo. Da un napoletano non ti aspetti mai che pennelli la propria città con gli stessi stilemi che affiorano, a ragione o a torto, nel resto d’Italia. Nel “Pourceaugnac”, lo stesso che appare nel titolo è un principe straniero che arriva nella città del Vesuvio per prendere moglie. L’usurpatore, con denaro al seguito, ricorda molto gli americani che liberarono Napoli, facendola ancora più sprofondare (“La pelle”, Curzio Malaparte), affondandola nella mercificazione, nella povertà, nella miseria, comprandola, vendendola, usurpandola. Qui, però, nella farsa si può falsare la verità dei fatti, come i Galli di Asterix vincitori sui Romani, incredibile ma divertente, lo straniero con pacchi di soldi viene gabbato, frodato, preso per il naso, vilipeso, truffato. Il povero che vince, con l’astuzia e l’ingegno, a farsi beffe del padrone (da Arlecchino al Boccaccio), purtroppo è soltanto letteratura che solleva l’animo e lo spirito. Un’occasione perduta questa perché ne esce un quadro, da commedia dell’arte, del napoletano sempre imbroglione, fanfarone, pericoloso, disonesto, manovratore, lestofante, intruglione, azzeccagarbugli, canaglia, mascalzone, dedito alla truffa del prossimo, del quale non ci si può fidare, dal quale, se possibile, starne alla larga, che porta guai, che mette in situazioni disagevoli e sconvenienti, che spilla banconote, che corrompe (qui, la Polizia). Un buon lavoro laboratoriale del quale però non si rintraccia la necessità della scelta del testo. Qualche intuizione dal punto di vista registico, i pannelli futuristi che formano il fondale, alti e rossi e aggressivi e psichedelici da pastiglie articolate, che si muovono come fosse un’emicrania, un’allucinazione, un’ubriacatura, e che porta il povero protagonista, malgrado lui, tra i vicoli, i meandri di una città budello, nera e fosca, difficile e in perenne agguato se non si sta con le antenne aperte e tese (“un paese sospetto, una città piena di bricconi”). Il principe venuto a comprarsi la bella del quartiere, con l’approvazione del padre di lei (lo stesso Valenti, puntuale) viene dipinto come un camorrista con tanto di cerimonia iniziale della vestizione, pacchiano in pelliccia, maleducato nel cibarsi, mentre la figlia promessa (Valeria Pollice, ugola deliziosa in abiti da “Dolce Vita” e vespa anni ‘50) e il suo genuino spasimante squattrinato di borgata, giovani e belli con facce da Grease, Romeo e Giulietta novelli, la buttano sul musical. Il clan dei medici compiacenti, ridicolizzati i dotti e gli intellettuali troppo lontani e distanti dalla realtà per comprenderla e capirla, sono maschere greche, bianche su costumi pece, ordisce, inconsapevolmente, il raggiro in piena regola conclamando la “pazzia” pirandelliana del principe. L’immagine del siringone, riportata difatti nel foglio di sala come stigmatizzazione della piece, è il clistere (ricorda l’ombrello che l’operaio Cipputi infila nel posteriore del Signor B il giorno dopo la debacle del centrodestra nelle amministrative di maggio) che punisce, popolarmente, l’invasore, l’Unno calato per lo stupro accordato e concordato. Salta fuori un manipolo di rom (il facile buonismo de “in questo Paese ce l’hanno con quelli dell’Est”) che, ovviamente, sono gli stranieri da accogliere mentre il Principe era quello “cattivo” da allontanare. Risate telefonate con i qui pro quo nelle storpiature del titolo del nobile: da Bergerac a Pizzignac a Porcognac. La frase più: “Non capisco il vostro idioma”. “Hai detto idioma a me?!”. Tutto questo mentre De Magistris vince con il 64 per cento la corsa a sindaco di Napoli. Un ex magistrato che punta alla legalità. Il contingente è sempre più forte del passato. Ed anche più importante. C’erano tutte le carte in regola per poter osare di più. La materia, umana e sociale, è incandescente e lavica, qui è stata resa docile e tiepida.

Voto 6 - 

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