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  03/09/2010 - 09:30

 

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Babilonia Teatri
Recensione Pornobboy
Di Enrico Castellani, Valeria Raimondi. Con Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Ilaria Dalle Donne e la collaborazione artistica di Vincenzo Todesco, luci e audio Babilonia Teatri/Mauro Faccioli,Simone Brussa realizzazione scena Sergio Dalle Donne, costumi Franca Piccoli, Cristina Fasoli
Produzione Babilonia Teatri, Festival delle Colline Torinesi, Operaestate Festival Veneto

 




                     di Tommaso Chimenti


Se Made in Italy era il cinico ritratto a colori delle nostrane deturpaggini, questo Pornobboy è il suo negativo, il bianco e nero, che concede molto meno all'estetica lasciando trapelare nient'altro che il vuoto scarno della pulizia, la voce sola dei tre Babilonia, sempre megafoni arrabbiati ma stavolta meno urlanti. Sono altoparlanti, bocche di fuoco che sparano come mitragliatrici in uno spazio scevro e povero, senza alcun appiglio concettuale. La voce, il testo, tre corpi che potrebbero essere decuplicati all’infinito come la parabolica d’acciaio alle loro spalle sulla quale, come pubblico in una ola da stadio, sono appesi ed appiccicati i loro tre volti, non rassicuranti né sorridenti (e in fondo non c’è niente di che sorridere), nei cartelloni promozionali della piece. Niente è casuale, come le magliette di icone che indossano: c’è il Che rosso, il teatro (Santarcangelo) sul blu, I love NY in bianco. Simboli e stilemi da distruggere o quel che resta (del giorno) da salvare? Sono, se possibile, ancora più duri e cupi, rabbiosi e incazzati, e le loro parole s’incollano nelle teste, s’appiccicano negli occhi nelle piene dei continui rafforzativi recitativi così come nei lunghi e prolungati e ingestibili silenzi opprimenti che mettono a subbuglio dentro, che rendono inquieti, che danno fastidio, prurito e ruggine. Stanno in posizione da marines, gambe larghe e braccia lungo il corpo, non concedono niente alla poesia, nulla all’estetica, e la loro denuncia si infarcisce di dialetto negli attacchi ai giornali, Cogne, Quattrocchi, Carlo Giuliani e Meredith. Il dramma che diventa faceto nel piccolo schermo e l’ovvietà che pare tragica attraverso il tubo catodico. Ed allora le canzoncine da jingle stupido e banale si miscelano a Veronica Lario, le canzonette popolari si imbottiscono di Eluana in tutte le salse, ritornelli sanremesi di serie B e slogan e luoghi comuni e partite di pallone, tutto triturato come frattaglie nel videogioco della vita dove c'è sempre un altro schema e non si muore mai per davvero. Non fanno sconti i picconatori Babilonia mai consolatori; ti guardano come a dire: “E allora?!”, un po’ sfida, un po’ “hai tu la soluzione?”. Ti gettano addosso il mare di schiuma-sperma come un blob avvolgente e viscido nel quale non possono far altro che sprofondare e farsi inghiottire, cadere fagocitati. Sono militanti ed il loro è ancora, sempre più, un teatro malinconico-politico senza scialuppe di salvataggio. Hanno scelto la direzione senza farsi portare, hanno puntato i piedi ed hanno deciso senza compromessi.

Voto 7 

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