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  10/02/2012 - 18:39

 

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L’ingegner Gadda va alla guerra
Da Carlo Emilio Gadda e William Shakespeare
Un’idea di e con Fabrizio Gifuni, regia Giuseppe Bertolucci, disegno luci Cesare Accetta
Il 5 giugno 2010 A Primavera dei Teatri, Castrovillari

 




                     di Tommaso Chimenti


"Era straordinariamente attraente, energico, esuberante, allegro, era un grande, portentoso attore, un magnifico attore, con un talento già chiaramente superiore di molte spanne a quello di chiunque altro” (“L’umiliazione”, Philip Roth, Einaudi).

Oscilla tra Gaber e Paolo Poli, sorprendendosi in Carmelo Bene. Fabrizio Gifuni modula la voce, baritonale e dialettale, e la plasma, la calma, la eccita, in un lungo racconto di Gadda, nelle sue alte perifrasi e nelle sue discese agli inferi della miseria umana. Un’intellettuale che si sente inadeguato in mezzo alla massa in una guerra, la Prima mondiale, interna tra commilitoni meschini ed esterna con il nemico. E’ una lingua elaborata ora, bassa adesso, in intercalari, in scorribande ardite, in giri e ritorni dialettici degni di uno spadaccino. Ecco, il nostro Gifuni, potrebbe essere il Cirano italiano: arrabbiato, decadente, ma anche vivo, viscerale, potente, magnetico, dagli occhi penetranti. La scena se la prende tutta, la occupa fisicamente e con la voce, la suda, la mangia, la corre, un torrente in piena che travolge. E da un lato le parole di Gadda sono attenuate da una luce gialla, mentre gli inserti, come tagli di Fontana, come lampi di Zeus, improvvisi, magici, tambureggianti, tratti dall’Amleto e la sua follia, sono in blu. E’ uno spiazzarsi, un ricalibrare l’attore e le energie, un rispostarsi a nuova vita, riposizionarsi con scarti, avanti ed indietro, per capire una Storia più lunga e più ampia, un corso e decorso politico incastrato da incubi e nostalgia. Non c’è pace, non c’è serenità, non ci può essere. Altro Gadda visto recentemente è stato quello, magistrale, proposto da Massimo Verdastro in “Eros e Priapo”. Vedi Gifuni che estrapola stralci di Amleto ed allora urli: “Altro che Timi!”. E poi ancora: “Altro che Lo Cascio!”. L’aggancio, tra il Bardo e Gadda, pare quantomeno ardito, ma poi si dipana, si scioglie e si risolve. La tesi è trovare spiegazioni, non giustificazioni, ricercare un cammino che ci hanno portato ad essere ciò che siamo oggi: italiani, niente più: “L’Italia è l’inferno per le vostre invidie e veleni”. E Gadda è patriottico e se ne evince da ogni poro d’inchiostro versato, da ogni stilla spremuta prima in trincea e poi nella trascrizione di quel diario duro e grottesco, tragico e autoironico. Ma dove siamo arrivati? Chi siamo? Perché siamo così? E l’excursus avanza instabile ed indemoniato e dalle macerie, si sa, nascono soltanto ortiche. Gifuni gigioneggia e si lascia trasportare dal flusso, dalla corrente delle parole, ora assalendole come pirata, adesso cavalcandone l’onda. E’ un condottiero nell’epilogo dove si toglie la maschera dell’attore. E Gadda ne esalta le straordinarie qualità affabulatorie, e non solo, anche fisiche, con uno scritto simbolo e bandiera di un pensiero diverso, stemma di quell’intelligenza critica, vituperata e odiata dai regimi. Che si parli di Mussolini come di Berlusconi.
A Primavera dei Teatri 2010.

Voto 8 

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