"Era straordinariamente attraente, energico, esuberante, allegro, era un grande, portentoso attore, un magnifico attore, con un talento già chiaramente superiore di molte spanne a quello di chiunque altro”
(“L’umiliazione”, Philip Roth, Einaudi).
Oscilla tra Gaber
e Paolo Poli,
sorprendendosi in Carmelo Bene.
Fabrizio Gifuni modula la voce, baritonale e dialettale, e la plasma, la calma,
la eccita, in un lungo racconto di Gadda, nelle sue alte perifrasi e nelle sue discese agli inferi della miseria umana. Un’intellettuale che si sente
inadeguato in mezzo alla massa in una guerra, la Prima mondiale, interna tra
commilitoni meschini ed esterna con il nemico. E’ una lingua elaborata
ora, bassa adesso, in intercalari, in scorribande ardite, in giri e ritorni
dialettici degni di uno spadaccino. Ecco, il nostro Gifuni, potrebbe essere
il Cirano italiano: arrabbiato, decadente, ma anche vivo, viscerale, potente,
magnetico, dagli occhi penetranti. La scena se la prende tutta, la occupa
fisicamente e con la voce, la suda, la mangia, la corre, un torrente in piena
che travolge. E da un lato le parole di Gadda sono attenuate da una luce gialla, mentre gli inserti, come tagli di Fontana, come lampi di Zeus, improvvisi, magici, tambureggianti, tratti dall’Amleto e la sua
follia, sono in blu. E’ uno spiazzarsi, un ricalibrare l’attore e
le energie, un rispostarsi a nuova vita, riposizionarsi con scarti, avanti ed
indietro, per capire una Storia più lunga e più ampia, un corso e
decorso politico incastrato da incubi e nostalgia. Non c’è pace,
non c’è serenità, non ci può essere. Altro Gadda
visto recentemente è stato quello, magistrale, proposto da Massimo Verdastro in
“Eros e
Priapo”. Vedi Gifuni che estrapola stralci di Amleto ed allora urli:
“Altro che Timi!”. E poi ancora: “Altro che Lo
Cascio!”. L’aggancio, tra il Bardo e Gadda, pare quantomeno ardito,
ma poi si dipana, si scioglie e si risolve. La tesi è trovare
spiegazioni, non giustificazioni, ricercare un cammino che ci hanno portato ad
essere ciò che siamo oggi: italiani, niente più: “L’Italia è l’inferno per le vostre invidie e
veleni”. E Gadda è patriottico e se ne evince da ogni poro d’inchiostro versato, da ogni stilla spremuta prima in trincea e poi nella trascrizione di quel diario duro e grottesco, tragico e autoironico. Ma
dove siamo arrivati? Chi siamo? Perché siamo così? E
l’excursus avanza instabile ed indemoniato e dalle macerie, si sa,
nascono soltanto ortiche. Gifuni gigioneggia e si lascia trasportare dal
flusso, dalla corrente delle parole, ora assalendole come pirata, adesso
cavalcandone l’onda. E’ un condottiero nell’epilogo dove si
toglie la maschera dell’attore. E Gadda ne esalta le straordinarie
qualità affabulatorie, e non solo, anche fisiche, con uno scritto
simbolo e bandiera di un pensiero diverso, stemma di quell’intelligenza
critica, vituperata e odiata dai regimi. Che si parli di Mussolini come di
Berlusconi.
A Primavera
dei Teatri 2010.
Voto
8