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Compagnia Teatro dell’Argine
Eden
Testo e regia di Nicola Bonazzi, con Lorenzo Ansaloni, Micaela Casalboni, Alessandro Mor, Scene Nicola Bruschi
Visto all’ITC Teatro di San Lazzaro (Bologna) l’8 gennaio 2010

 




                     di Tommaso Chimenti


Se il Paradiso è avere otto anni e stare con la mamma in casa propria al riparo dal mondo esterno, lontano dalle responsabilità, dalle scelte, dal futuro, vezzeggiato e coccolato, allora lo abbiamo perduto tutti. O, almeno, è una condizione passeggera alla quale non ci abitueremo mai. Ne avremo il sentore, il ricordo, la nostalgia, qualcuno tenterà di ricrearlo. In ogni caso sarà un insuccesso, un completo fallimento. “Chiedimi se sono felice”, cantava Samuele Bersani. “Che sapore ha la felicità” rispondevano i Negrita. A meno che non si voglia chiudere in una bolla di sapone, circoscrivere in un microcosmo, controllato e governato da poche leggi conosciute, sottolineare in una parentesi la propria esistenza e votarla ad una infelicità sostenibile, ad un appiattimento depresso ma confortevole, disgraziato ma collaudato. E così in “Eden” della Compagnia Teatro dell’Argine un bambino cresciuto ed arrivato alla soglia dei quaranta, chiamalo “bamboccione”, è rimasto, volontariamente o meno, all’interno di un nucleo familiare dai rapporti malsani, corrotti, sgradevoli, viscerali. Tutto nasce da una storia vera di cronaca: in una casa era stata trovata una donna morta per cause naturali ed in decomposizione in un armadio, mentre il figlio aveva scritto con della vernice rossa una lettera straziante d’addio alla madre. Esiste una logica all’interno del trittico composto dal figlio eterno pargolo vagamente ritardato e tarato al quale viene concesso tutto, anche di cantare la stessa canzone, o di festeggiare Natale, “che dovrebbe essere il giorno più bello”, ogni volta che si vuole (Alessandro Mor che si muove leggero nelle pieghe dell’instabilità mentale e infantile), una madre che ha occhi soltanto per la carne della sua carne (Micaela Casalboni versatile matrona dispotica tra peccati inconfessabili e segni della croce), uno zio paralitico in carrozzina vessato, umiliato ed offeso, parafulmine ed esorcista della rabbia covata in quelle quattro mura, sparring partner della famigliola credente che si sente più unita e migliore colpendolo (Lorenzo Ansaloni sicuro, cattivo e politicamente scorretto). A sua volta lo zio handicappato, costretto quindi a richiedere sovente l’aiuto per la deambulazione agli altri due componenti della famiglia, insulta dalla finestra coloro che sono, nella scala gerarchica sociale, sotto di lui: gli extracomunitari. E’ un ricordo, un flash back continuo tra realtà e fantasia farraginosa: zio e madre escono da bare appoggiate alle mura (ricorda “Pop Star” dei Babilonia). Non manca la proiezione alla Psycho, né una punta di “Sterminio” alla maniera delle Albe. Una Famiglia Addams ma senza sorrisi. Ed è violento il testo di Nicola Bonazzi che se da una parte ci mostra quest’immenso amore tra madre e figlio, che non è riuscito a canalizzarsi nei naturali canoni, dall’altro ci espone una latente frustrazione che appartiene a tutti noi, con la voglia repressa di, prima o poi, farla pagare a qualcuno, chiamalo nonnismo sociale. Sono ossessivi compulsivi nell’altalenanza della compassione e del peccato, della rinuncia e dell’essere condanna l’uno per l’altro, drammaticamente soli perchè “la gente è cattiva”. Una vita passata in ciabatte e pigiama a ricordare i bei tempi, che forse non hanno mai bussato a quella porta. Un appartamento dai giochi incestuosi, dalle mobilia distorte come le percezioni dei tre, armadi sbilenchi come torri di Pisa, dove su tutto aleggia la religione, gli amen e le scaramanzie vanno a braccetto, i rituali delle preghiere salvifiche che garantiscono il ritorno, dopo una vita di penitenze e sofferenze, in quell’Eden lasciato, o costretti ad abbandonare. Tutto è alterato, morboso, eccessivo, dissacrante, provocatorio in un continuo gioco delle parti per allontanare la morte, per vincere l’ennesima giornata, per sconfiggere la noia mortale. Sono martiri del nostro tempo, hanno paura di uscire di casa perché il mondo è sporco, degradato, meglio quindi rimanere intristiti mentre i giorni scorrono come sabbia tra le dita pensando a quello al quale si è scampati. Questi tre fantasmi non esistono per gli altri, vivono, si fa per dire, meglio respirano, in disparte senza fare rumore, immersi nella punizione, nell’autocostrizione, nell’indigenza fisica e di sentimenti, malati e paranoici si trascinano, inciampano lenti, ingobbiti dai pensieri. Si odiano tra recriminazioni, scuse, asti e acredine di vecchia data, vivono nel passato, vedono demoni dappertutto, si perdono in richieste inutili in una casa museo da pulire, lucidare, lustrare che è l’unica cosa rimasta, l’unico bene, anzi il più prezioso perché rappresenta la fortezza contro gli invasori, continuamente deodorata da questa puzza di morte che aleggia come una cappa, di vite in decomposizione ancor prima di spirare.

Voto 8 

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