Se il Paradiso è avere otto anni e stare con la mamma in
casa propria al riparo dal mondo esterno, lontano dalle responsabilità, dalle
scelte, dal futuro, vezzeggiato e coccolato, allora lo abbiamo perduto tutti. O,
almeno, è una condizione passeggera alla quale non ci abitueremo mai. Ne avremo
il sentore, il ricordo, la nostalgia, qualcuno tenterà di ricrearlo. In ogni
caso sarà un insuccesso, un completo fallimento. “Chiedimi se sono felice”,
cantava Samuele
Bersani. “Che sapore ha la felicità”
rispondevano i Negrita. A meno che
non si voglia chiudere in una bolla di sapone, circoscrivere in un microcosmo,
controllato e governato da poche leggi conosciute, sottolineare in una
parentesi la propria esistenza e votarla ad una infelicità sostenibile, ad un
appiattimento depresso ma confortevole, disgraziato ma collaudato. E così in
“Eden” della Compagnia Teatro dell’Argine un
bambino cresciuto ed arrivato alla soglia dei
quaranta, chiamalo “bamboccione”, è rimasto, volontariamente o meno,
all’interno di un nucleo familiare dai rapporti malsani, corrotti, sgradevoli,
viscerali. Tutto nasce da una storia vera di cronaca: in una casa era stata
trovata una donna morta per cause naturali ed in decomposizione in un armadio,
mentre il figlio aveva scritto con della vernice rossa una lettera straziante
d’addio alla madre. Esiste una logica all’interno del trittico composto dal
figlio eterno pargolo vagamente ritardato e tarato al quale viene
concesso tutto, anche di cantare la stessa canzone, o di festeggiare Natale,
“che dovrebbe essere il giorno più bello”, ogni volta che si vuole (Alessandro
Mor che si muove leggero nelle pieghe dell’instabilità mentale e infantile),
una madre che ha occhi soltanto per la carne della sua carne (Micaela Casalboni
versatile matrona dispotica tra peccati inconfessabili e segni della croce),
uno zio paralitico in carrozzina vessato, umiliato ed offeso, parafulmine ed
esorcista della rabbia covata in quelle quattro mura, sparring partner della
famigliola credente che si sente più unita e migliore colpendolo (Lorenzo Ansaloni sicuro, cattivo e politicamente scorretto). A sua
volta lo zio handicappato, costretto quindi a richiedere sovente l’aiuto per la
deambulazione agli altri due componenti della
famiglia, insulta dalla finestra coloro che sono, nella scala gerarchica
sociale, sotto di lui: gli extracomunitari. E’ un ricordo, un flash back
continuo tra realtà e fantasia farraginosa: zio e madre escono da bare
appoggiate alle mura (ricorda “Pop Star”
dei Babilonia). Non manca la proiezione alla Psycho,
né una punta di “Sterminio” alla maniera delle Albe. Una Famiglia Addams
ma senza sorrisi. Ed è violento il testo di Nicola Bonazzi
che se da una parte ci mostra quest’immenso amore tra madre e figlio, che non è
riuscito a canalizzarsi nei naturali canoni, dall’altro ci espone una latente
frustrazione che appartiene a tutti noi, con la voglia repressa di, prima o poi, farla pagare a qualcuno, chiamalo nonnismo
sociale. Sono ossessivi compulsivi nell’altalenanza della compassione e del
peccato, della rinuncia e dell’essere condanna l’uno per l’altro,
drammaticamente soli perchè “la gente è cattiva”. Una vita passata in ciabatte
e pigiama a ricordare i bei tempi, che forse non hanno mai bussato a quella
porta. Un appartamento dai giochi incestuosi, dalle
mobilia distorte come le percezioni dei tre, armadi sbilenchi come torri di
Pisa, dove su tutto aleggia la religione, gli amen e le scaramanzie vanno a
braccetto, i rituali delle preghiere salvifiche che garantiscono il ritorno,
dopo una vita di penitenze e sofferenze, in quell’Eden lasciato, o costretti ad
abbandonare. Tutto è alterato, morboso, eccessivo, dissacrante, provocatorio in un continuo gioco delle parti per
allontanare la morte, per vincere l’ennesima giornata, per sconfiggere la noia
mortale. Sono martiri del nostro tempo, hanno paura di uscire di casa perché il mondo è sporco, degradato, meglio quindi
rimanere intristiti mentre i giorni scorrono come sabbia tra le dita pensando a
quello al quale si è scampati. Questi tre fantasmi non esistono per gli altri,
vivono, si fa per dire, meglio respirano, in disparte
senza fare rumore, immersi nella punizione, nell’autocostrizione,
nell’indigenza fisica e di sentimenti, malati e paranoici si trascinano,
inciampano lenti, ingobbiti dai pensieri. Si odiano tra recriminazioni, scuse, asti
e acredine di vecchia data, vivono nel passato, vedono demoni dappertutto, si
perdono in richieste inutili in una casa museo da pulire, lucidare, lustrare
che è l’unica cosa rimasta, l’unico bene, anzi il più prezioso perché
rappresenta la fortezza contro gli invasori, continuamente deodorata da questa
puzza di morte che aleggia come una cappa, di vite in decomposizione ancor
prima di spirare.
Voto
8
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