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Manlio Sgalambro
Opus Postumissimum (Frammento di un poema)
Presentato mercoledì 17 aprile 2002, alle 17,al caffè fiorentino delle Giubbe Rosse
Firenze, 2002, Le Giubbe Rosse/Fiorenzo Smalzi

 




                     di Enrico Zoi


Mercoledì 17 aprile 2002, alle 17, presso lo storico caffè fiorentino delle Giubbe Rosse di Fiorenzo Smalzi, Franco Battiato, Massimo Mori ed il sottoscritto presentano l'ultimo libro di Manlio Sgalambro, la raccolta di poesie Opus Postumissimum (Frammento di un poema), edito da Le Giubbe Rosse/Fiorenzo Smalzi (Firenze 2002) e curato da Silvia Batisti, Rossella Lisi e Rubina Della Robbia.

Si tratta, in pratica, di uno spaccato temporale - l'ultima mezzora della sua vita - del filosofo Kant. Un grande evento, quindi, per un'opera letteraria forte del suo spessore, della sua tensione morale ed umana e del suo pluringuismo quasi dantesco, ad esprimere uno spirito, quello del vate Sgalambro, che volutamente si colloca in una zona 'ossimoro' di serena, turbata e conturbata ambiguità. Sgalambro transita coscientemente dall'irto percorso della dolorosa e necessaria frammentarietà dell'essere per giungere, senza traguardi, al defrag della propria esistenza e della poesia che ne sgorga, rimaterializzando il tutto, appunto, in un plurilinguismo che rimanda all'Inferno dell'Autore della Commedia, come alla Stagione di Rimbaud, ma che scompone (talvolta anche decompone!) e ricompone i propri elementi descrittivi, lessicali e semantici in un drammatico gioco ai confini della realtà, della normalità e della soglia che divide quest'ultima da quella 'demenza' minacciosa, che, sin dalle primissime pagine, anima e si spalma - anche invocata - un po' su tutte le pagine del libro di Sgalambro.

Ed è così che i versi sono intrisi di citazioni letterarie, filosofiche, storiche, di frasi e vocaboli classici e stranieri (greco, latino, francese, inglese, tedesco, spagnolo, et cetera), di azioni 'importanti' e, simultaneamente, di gesti e comportamenti quanto mai quotidiani, di dotte terminologie sposate ad un turpiloquio drammatico e diffuso, quasi ad intersecare tragicamente il male ed il bene, l'alto ed il basso, il nobile e l'ignobile in cui, suo malgrado, l'essere umano deve agire, sentire, vivere e, troppe volte, sopravvivere. L'impressione che se ne ricava è, almeno per quanto ci riguarda, quella di un cinemascope dell'intelligenza e della verità, di un'analisi e successiva sintesi delle diamantine e putride sfaccettature dell'esistere, di un forte e delicato sentire l'agrodolce della vita. E l'allusione cinematografica non è casuale. Infatti, l'intera silloge poetica, la drammatica sceneggiatura degli ultimi trenta minuti del pensatore tedesco, ci rimanda ad un grande, semiignoto film, quel Nick's movie in cui Wim Wenders riprende le ultime fasi della vita del suo amico americano, il regista Nicholas Ray, per Wenders (e per chi ha visto il lungometraggio) semplicemente Nick.

Sgalambro come Wenders e Ray? Noi come loro? Loro come Dante e... come noi? Non sapremmo dire con certezza.

E' il momento del passaggio, è la convulsa congerie di transiti intermedi che conducono a quello finale che è difficile, ma doveroso, narrare e, soprattutto, poeticamente cantare per immagini. Sgalambro, ci sembra, ce l'ha fatta.

Di questo e di molte altre cose si parlerà mercoledì 17 aprile a Firenze, alle Giubbe Rosse, con Manlio Sgalambro, Franco Battiato e altri ospiti.

Voto 8 

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