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  15/12/2017 - 15:03

 

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Massimiliano Martines
Ho scritto ti amo sullo specchio
Prefazione del poeta Roberto Roversi
Pendragon, 100 pg, 11 euro

 




                     di Tommaso Chimenti


Una pioggia di vita vissuta, una colata di parole. Dense, piene. Semplicemente scaturite dall’esperienza quotidiana, dalla ricerca profonda, dalla conoscenza dell’intorno, dalla voglia di misurarsi con gli altri. Massimiliano Martines, con la sua seconda prova poetica, “Ho scritto ti amo sullo specchio”, (Pendragon 100 pg, 11 euro) indaga sui sentimenti e sull’Amore. Ovviamente con la maiuscola. Ha in mano la lampada di Diogene, tutti i dubbi dei trentenni, è nato infatti nel ’74, e la consapevolezza dell’unicità da una parte e della fallacità dall’altra. Ogni giorno è una ferita che dona piacere e che deve essere tatuata sulla pelle . Il volume segue “Della sete dell’anello” uscito nel 2000 per Manni. La prefazione di questo secondo è del poeta Roberto Roversi che definisce la poetica di Martines, leccese trapiantato a Bologna, anche attore e fondatore della compagnia teatrale Dry-art, perentoria: “Nelle pagine di questo volume si esercita, come se la pagina fosse via via una piazza d’armi, una rabbia fredda e sicura, una rabbia convinta che finisce alle volte a diventare o trasformarsi in una rabbia perfino aspramente ironica o anche allegra; feroce e invadente. Che non si placa, in ogni modo”. Ed è proprio questa la funzione della Poesia: l’accumulo costante di privazioni da una parte, l’accrescimento degli stimoli dall’altra, come nubi, lembi che si scontrano generando una grandine acida che costringe a pensare, mette alle corde, con le spalle al muro. Sono schiaffi vibrati le parole di Martines: “il mare si è sciacquato le ascelle, io sto nutrendo un pianto secco asciutto continuo”, una catarsi della non belligeranza tra stati d’animo mai confusi, “ho sognato di affittare la nostalgia, di levarla per un’ora dal marciapiede…nel lavorio di bocca”, come dice in “Recinti”. Affiorano animali, mai reali, “Un cavallo”, o mitici come il Dragone di San Giorgio, il tutto teso o sotteso, inclinato o devastato dalla perdita dell’innocenza, dalla mancanza di purezza, dal lanciarsi a peso morto nella nostalgia: l’amore perduto che se non è perso allora non era amore, la mamma definita “eterna”. Da sottolineare, dall’inizio alla fine, la bellissima “Sarayevo salentina”, una poesia in prosa, in apnea, quasi senza punteggiatura. Come tutto il volume, da leggersi tutto d’un fiato, lasciando decantare e far riemergere dal fondo melmoso delle cose.

Voto 7 

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