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  17/12/2017 - 08:52

 

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Kurt Vonnegut
Un pezzo da galera
Un’ironica parabola di vita tra Watergate e American Dream
Milano, Feltrinelli, 2004; pp. 248

 




                     di Paolo Boschi


Correva l’anno di grazia 1979 quando fece la sua comparsa tra gli scaffali delle librerie americane Un pezzo da galera, un romanzo di Kurt Vonnegut ora riedito da Feltrinelli in Italia ma sempre sorprendentemente attuale a un quarto di secolo dalla prima pubblicazione. Anzi, passando dal caso Watergate ai mille guai dall’amministrazione Bush, sarebbe curioso poterne leggere la romanzesca metabolizzazione che Kurt Vonnegut ne offrirebbe, non fosse che lo scrittore originario di Indianapolis, classe 1922, noto ai più per Mattatoio n. 5 e La colozione dei campioni, nel 1997 ha annunciato che Timesquake sarebbe stato la sua ultima fatica narrativa. Peccato, perché rileggendo Un pezzo da galera ogni pagina trasuda di irresistibile ironia e di energia affabulatoria: lo scandalo Watergate è riletto dalla prospettiva divergente del meno noto dei suoi cospiratori (anche perché involontario capro espiatorio), Walter F. Starbuck, un ex burocrate di solida formazione harvardiana che impariamo a conoscere proprio nel giorno in cui abbandonerà le patrie galere per un futuro incerto che lo attende a New York, in cui solo un diploma di baristeria acquistato durante la sua permanenza dietro le sbarre potrà tenerlo lontano da un possibile destino da barbone. Ma perché un tranquillo funzionario laureato ad Harvard è finito in carcere? Forse per il fascino esercitato su di lui in gioventù dal Comunismo, forse perché Walter F. Starbuck, inviato come militare in Germania nel dopoguerra a fare il burocrate, aveva sposato un’ebrea sopravvissuta per miracolo all’Olocausto, forse perché tornato in America, in piena caccia alle streghe, aveva rovinato un suo vecchio amico, un tempo comunista, deponendo davanti alla famigerata commissione McCarthy, di cui faceva parte un giovane politico destinato a diventare presidente degli States qualche anno dopo, tale Nixon. Riesumato come burocrate di seconda fila durante l’amministrazione Nixon, il nostro Mr. Starbuck acquista così un incarico trascurabile con un ufficio senza finestre alla Casa Bianca, per l’appunto proprio sotto ai piedi di coloro che stanno architettando a sua insaputa il caso Watergate, in cui lo tireranno in ballo artificiosamente e per il quale, incriminato, Walter F. Starbuck finirà in galera, causando la prematura fine dell’amata moglie, l’interruzione dei rapporti (peraltro già quasi minimi) col figlio e la fine della sua carriera. Tutte queste notizie e molti altri aneddoti sul background esistenziale Kurt Vonnegut ce li fa conoscere aprendo estemporanee parentesi narrative o tramite flashbacks, talvolta Un pezzo da galera prefigura addirittura che il destino del nostro sfortunato antieroe senza qualità dovrà incredibilmente risollevarsi, e si diverte perfidamente a cospargere di indizi la storia nel suo farsi, indizi che ovviamente acquisteranno definizione soltanto nell’incredibile finale a sorpresa, in cui Mr. Starbuck tornerà a vestire i panni del burocrate come vicepresidente di un colossale trust di compagnie americane. In mezzo Vonnegut ci intriga raccontandoci una miriade di fatti storici talora apparentemente senza niente in comune, dall’assassinio di Dillinger al massacro degli operai a Cleveland nel 1894, dal caso di Sacco e Vanzetti a squarci della Grande Depressione degli anni Trenta, dagli aneddoti della presidenza Nixon alle curiosità relative al processo di Norimberga. Fino al finale a sorpresa, in cui le molteplici fila della ragnatela del romanzo troveranno un incredibile baricentro per spezzarsi un attimo dopo...

Kurt Vonnegut, Un pezzo da galera, Milano, Feltrinelli, 2004; pp. 248

Voto 8 

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