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  21/09/2019 - 11:04

 

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Francesca Ferrando
Belle Anime Porche
Il roman-zoo di debutto di un’anima inquieta, quanto i tempi che viviamo
Kowalski/Feltrinelli ISBN 8884834295, Mimesis/Pressutopia, prezzo Euro 13, pagine 241, dal 6 marzo 2008 in libreria

 




                     di Giovanni Ballerini


Un libro provocatorio, post moderno e al tempo stesso poetico, di una poesia disperata, che in qualche modo fa (con le dovute differenze) tornare in mente la provocazione di quel Porci con le ali di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, che dette il via nel 1976 alla stagione del riflusso, del recupero del privato (e della sessualità), rispetto a un politico vissuto, ai tempi, con qualche sbaglio, con troppe iperboli. Ma l’indovinato Belle anime porche, va oltre gli schemi generazionali e apre i riflettori su un mondo marginale e selvaggio che vegeta (e si scatena) accanto alla società di oggi, di ieri e, ci auguriamo non sia, di domani. Problemi già affrontati con la stessa determinazioni anche in passato, basta ripensare alle baraccopoli dell’Accattone pasoliniano. Ma torniamo al libro, che narra di una delirante fiaba no future, con un senso di autodistruzione che batte e freme talmente forte da farti palpitare a ogni pagina. Un universo alieno da qualsiasi moralismo, calato perfettamente nella realtà metropolitana di qualsiasi città.

Capita raramente, anche leggendo gli ultimi lavori di scrittori di grido, di lasciarsi travolgere da un gorgo narrativo irruente e coinvolgente come quello di Francesca Ferrando. Una scrittrice birichina e decisamente pulp questa torinese che, con il suo romanzo, anzi roman-zoo, di debutto crea spunti per una riflessione contemporanea assolutamente non stereotipata. Può sembrare assurdo o crudele, ma la parabola della sedicenne Terry è spregiudicatamente attuale. Basta sintonizzare lo sguardo intorno a una stazione per renderci conto quale estrema umanità popola i dintorni, basta pensare di scappare senza soldi e non sapere dove andare, per scoprire quante poche prospettive ha il nostro perbenismo. Su queste contraddizioni scava la Ferrando. E lo fa benissimo, senza pietà con ritmi serrati e un immaginario post punk sferzante. La sessualità diventa un mezzo e un rifugio per non pensare o meglio per pensare ad altro. Lo stesso vale per droghe e alcool, che fluiscono in quantità rocambolesca fra le pagine, rendendo ebbra ogni riflessione, scatenante ogni scommessa di vita, che regolarmente viene disattesa dalla protagonista dal nome da criceto. Di grande spessore le descrizioni dei paesaggi umani, dalla vita del nucleo familiare di Terry, che sembra specchiarsi nei sobborghi della provincia americana, agli sprazzi di vita di coppia o quelli nelle varie e disperanti comunità con cui fa i conti. Oscenità e furore per una sedicenne senza speranza che va incontro a se stessa con la foga cinetica di Lola corre, con la furia iconoclasta di un Sid Vicious di periferia che non trova pace. E per questo si distrugge, ma non si lascia distruggere dagli altri.   

Troppo veloce per vivere come gli altri, troppo disillusa per lasciarsi convincere a cambiare strada, Terry si trova a frantumare regolarmente ogni speranza. Meglio ladra, barbona, puttana, puttaniera, mogliettina, lesbica, detenuta, che massificata. E del resto è impossibile e assolutamente non credibile che una giovane donna nata (e vissuta) in una jungla urbana e umana trovare pace nel tran tran quotidiano. La grinta, il furore esistenziale sono il suo copyright. Non potrebbe essere diversamente in questo pazzo viaggio a perdifiato sulla strada che non auguriamo a nessuno di fare!  

Voto 8 

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