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  28/06/2022 - 07:56

 

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Niccolò Ammaniti
Io non ho paura
Torino, Einaudi, 2001; pp. 219
L'ultimo romanzo dell'autore di punta della generazione cannibale

 




                     di Paolo Boschi


Romano, classe 1966, Niccolò Ammaniti è stato uno dei migliori esponenti della cosiddetta gioventù cannibale che qualche anno fa ha tentato di dare una sana scossa tellurica alla narrativa italiana. Già autore dei romanzi Branchie (1994) e Ti prendo e ti porto via (1999), e della raccolta Fango (1996), di recente Ammaniti ha pubblicato Io non ho paura, il suo terzo romanzo, probabilmente la sua opera più riuscita ed ambiziosa, almeno fino ad adesso. La storia presenta contenuti risvolti pulp, peraltro costanti nel resto della produzione del giovane scrittore romano: fin dalla prima pagina è il punto di vista di Ammaniti però ad essere più maturo e consapevole rispetto al passato, nonostante la voce narrante sia quella di un bambino di nove anni, Michele Amitrano. Io non ho paura è ambientato in un'indefinita località della campagna meridionale: il paese si chiama Acqua Traverse, una frazione di Lucignano comprendente quattro case allineate intorno ad un'unica strada, un minuscolo centro abitato disperso tra sterminati campi di grano, un luogo immaginario ma incredibilmente realistico. Nella calma piatta e sfaccendata dei giorni uguali a se stessi della torrida estate del 1978 Michele, la sorellina immancabilmente portata a traino ed il suo gruppo di amichetti, tra un gioco e l'altro, esplorano i dintorni sulle loro biciclette, arrivano in un casolare abbandonato e pericolante, e fanno la conta per decidere chi vi entrerà: toccherà a Michele, che durante la sua 'intrusione' tra le rovine scoprirà qualcosa (o qualcuno?) fuori posto, che non dovrebbe esserci ma di fatto si trova proprio lì. La scoperta, incomprensibile e traumatica al tempo stesso, cambierà per sempre la sua giovane vita, modificando in particolare la sua percezione del mondo adulto circostante, compresa la sua stessa famiglia. Per non rovinare il gusto della sorpresa al lettore, ci limiteremo a svelare soltanto che si tratta di un segreto innescato da un micidale cocktail di variegate componenti ottative - un indiscriminato desiderio di rivalsa sociale, il sogno di una vita diversa al Nord, la necessità fisiologica di fuggire da un Sud povero e privo di prospettive -: aspirazioni comprensibili per un gruppo di adulti disperati e pronti (quasi) a tutto per cambiare l'iter delle proprie esistenze, ma ingiustificabili per un bambino come Michele, che si ritroverà con il proprio immaginario infantile ridotto in frantumi dalla dura realtà. Io non ho paura è un romanzo di grande impatto emotivo e dall'incredibile felicità di descrizione ambientale: in un quadro assolutamente normalizzante il piccolo protagonista percepisce, per caso, un'anomalia destinata a causare inquietanti sviluppi nella sua vita. La soluzione narrativa escogitata da Ammaniti per chiudere la storia è in fondo, come accadeva anche ne L'ultimo capodanno, un'esplosione, non generalizzata ma individuale, svolta in modalità assai cinematografiche nel sorprendente finale.

Niccolò Ammaniti, Io non ho paura, Einaudi, Torino, 2001; pp. 219

Voto 8 

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