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  08/08/2022 - 15:07

 

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Scanner - cinema
 


Nichetti: la fuga, le lingue e il digitale
Quattro chiacchiere con Maurizio Nichetti
Incontro con l’attore e regista milanese in occasione dell’anteprima fiorentina di Honolulu baby

 




                     di Paolo Boschi


Honolulu baby
Maurizio Nichetti parla con Scanner


In “Honolulu Baby” si parlano un po’ tutte le lingue, soprattutto l’inglese. E non ci sono sottotitoli...

Non credo che le battute in lingue diverse dalla nostra arrivino a penalizzare il pubblico, d’altra parte non capire qualcosa fa parte del gioco, oggi è così: conviviamo con diverse culture, viaggiamo di più, e siamo costretti ad arrangiarci.

In “Honolulu Baby” torna l’ingegner Colombo vent’anni dopo...

Nel film l’ingegner Colombo, innamorato della moglie ma da lei trascurato, va a Melancias e non sa cosa troverà, né la fine che hanno fatto i colleghi che l’hanno preceduto: lui arriva in questo posto e scopre pian piano la particolarità locale, ma non ha nessun tipo di malizia su questa situazione. Fino a quando non viene sedotto per la prima volta in una fattoria non ha neppure collegato il fatto che tutte le donne che incontra possano costituire un oggetto sessuale: in questo è molto infantile. Come una persona ingenua che viene sedotta, a questo punto perde la testa, accorgendosi che a Melancias ci sono 320 possibilità d’avventura.

Ma non si tratta di un film sul classico harem: come è nata l’idea?

Sette anni fa due ragazzi, co-sceneggiatori del film con me, sono venuti da me a Milano a portarmi un soggetto. Non mi piaceva, ma loro erano simpatici e scrivevano bene, allora li ho invitati a scrivere una storia per me, magari su uno che va in una città delle donne. L’ho detto un po’ per scherzo, un po’ per provocarli: cercavo di fargli capire che avevo bisogno di una stranezza. Loro sapevano che avevo girato Ratataplan con un ingegnere assunto da una multinazionale ed uno di loro, che è brasiliano, ha pensato che nel suo paese ci sono città molto povere dove tutti gli uomini emigrano per cercare lavoro lasciando le donne a casa. Un presupposto molto realistico: son tornati dopo un mese con tre paginette in cui c’era scritto che un ingegnere veniva mandato a cercare petrolio in un paese molto povero che si chiamava Melancias ed esisteva davvero nel Nord Est del Brasile. Da quel momento lì a quando è stato fatto il film sono passati sei anni e per almeno quattro abbiamo lavorato a non farlo sembrare un film maschilista.

Dev’essere stata dura girare nel deserto con un cast così numeroso.

Girare nel deserto con 320 donne non è stata certo una cosa divertente, perché avevamo grosse difficoltà logistiche: in mezzo al deserto, con un vento pazzesco, prima di tornare in albergo la troupe e gli attori erano costretti a passare davanti ad un compressore per tirar via tutta la polvere accumulata con l’aria compressa. Le riprese, compresi gli spostamenti, sono durate in tutto dieci settimane. E poi si tratta di un film complicatissimo, perché ci sono 1.200 inquadrature in un’ora e mezzo di durata, il ritmo del film è di un’inquadratura ogni quattro secondi.

Quali sono le innovazioni tecniche utilizzate per “Honolulu Baby”?

Il film è stato girato in full frame e quindi lavorato in digitale per ottenere un effetto cinemascope: sono quegli effetti speciali che non si vedono ma cambiano il modo di fare cinema. E’ lo stesso sistema adottato dai fratelli Coen in Fratello dove sei? e da Sodenbergh in Traffic: in pratica gli effetti speciali diventano utilizzabili anche per il cinema d’autore. Un discorso a parte riguarda la post-produzione in digitale: noi l’abbiamo fatta con la curiosità, lo stupore e il fascino della prima volta. Abbiamo fatto quasi una campionatura di possibilità, non è che abbiamo scritto il film sapendo tutte le cose che avremmo potuto fare: ma adesso che l’abbiamo imparato nelle prossime sceneggiature ci potremo permettere delle grandissime libertà.

Voto 7 

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