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  16/12/2017 - 12:06

 

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Udine Far East Film9
Hong Kong & Cina
Patrick Tam su tutti

 




                     di Matteo Merli


Udine Far East Film 9
Hong Kong & Cina
Corea del sud Vs. Giappone


Come abbiamo sempre ribadito, la Cina e Hong Kong sono le facce della stessa moneta, ma le differenze stilistiche nei generi cinematografici sono ancora evidente, a parte certi distinguo autoriali come per esempio Jia Zhangke, fresco vincitore del Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia con il bellissimo Still Life. Se alcuni registi cinesi hanno raggiunto lo status d’autore, non si può dire che il cinema prettamente popolare sfoderi perle di cinema; mentre ad Hong Kong, l’aria non è delle migliori da tempo, eccezion fatta che il cinema nelle sue declinazioni di genere vive e prolifera, spesso con risultati altalenanti, ma ci possiamo consolare con la meravigliosa retrospettiva sul maestro Patrick Tam, rinverdendo i fasti di un grande passato. Puntando gli occhi sulla Cina, Young and Clueless di Tang Danian, si addentra in una storia d’amore tra adolescenti, seguendo i loro stati d’animi in un coming of age classico nella sua evoluzione narrativa, peccato che la padronanza vacilli nella parte centrale e naufraghi in un finale vacuo, mal supportato da una sceneggiatura senza ispirazione alcuna. Da Taiwan arriva Eternal Summer di Leste Chen, dove il rapporto fra una ragazza e due giovani, uno dei quali è innamorato dell’altro, soffre di incomprensioni e sentimenti sottaciuti. Dramma d’amore giovanile ben supportato dalle interpretazioni dei tre protagonisti, anche se la pellicola non si svincola da un senso di già visto e da una prevedibilità di fondo che non emoziona, seppur nella sua tenue classicità di racconto ben servita da una fotografia livida e da una mano di regia accorta. Yau Nai Hoi, sceneggiatore di fiducia di Johnnie To, passa dietro la macchina da presa con Eye in the sky, un thriller passo, passo su una squadra di sorveglianza della polizia che è sulle tracce di una banda di ladri di gioielli. Il meccanismo ad orologeria della suspense su un pedinamento costante, risulta alla fine uno sterile esercizio di stile, e sarebbe servito altro corpus creativo per ribaltare l’immaginario di partenza, affrontando le piaghe del vivere quotidiano con cuore nero. Peccato per l’occasione mancata. Come dicevamo in partenza, il vero evento è stato la retrospettiva completa del padre della new wave degli anni ottanta ad Hong Kong: Patrick Tam. Interessante scorgere temi sociali e spunti reali, divenuti matrice tangibile di un fare cinema diverso dagli anni settanta in poi, slegato dalle logiche produttive del passato, per parlare del reale con stile rinnovato nei suoi lavori televisivi. Se la serie poliziesca C.I.D. è delineata su coordinate precise e abbozza i primi passi in una direzione socio-problematica, spesse volte non trattenute da forme didascaliche, il seguente lavoro televisivo Thirteen, delinea episodi di alta caratura, come Suffocation con un giovane Chow Yun-fat, dove un fotografo è ossessionato dalla violenza e dalla morte, in un connubio visivo morboso di forza espressiva coagulante tramite l’isolamento del protagonista: senso ultimo dell’esistere nella sua incomunicabilità. In Seven women, l’episodio On sai, Yeung see-tai, may lee, il quadro si compone di tre storie di coppie in crisi, con una intervista nel primo cartello ad una giovane, interfacciata agli episodi seguenti in una forma di significato compiuto sull’insoddisfazione d’amore e dell’impossibilità della felicità, con un tratto linguistico penetrante vicino alla migliore tradizione della nouvelle vague. Tam è sempre stato cultore dell’occidente, captando le diverse mutazioni creative, passando per la passione della pittura e della musica, fondendole con il suo sguardo intransigente e aprioristico all’epoca. The sword, all’apparenza potrebbe sembrare un tradizionale wuxiapian, ma nel seguire il peregrinare di un giovane spadaccino alla ricerca di un famoso maestro d’armi, da sfidare in un duello per ottenere la fama del migliore, si scorge l’illusoria ricerca dell’uomo che si affanna per domare il destino a suo piacimento, ma diventa vittima del tempo nelle sue costanti imprevedibili: amore e felicità sfuggono a causa di una spada e del suo potere ammaliante. Love Massacre, purtroppo presente in una unica copia disponibile al mondo con aggiunta di taglie sulle scene scabrose, vede la storia di un uomo con turbe psichiche che si innamora di una giovane laureanda, e man mano manifesta il suo disagio, divenendo follia omicida nell’uccidere senza pietà le compagne nel collegio femminile. Uno slasher movie girato in America, che si svincola ben presto dalla forma base per diventare riflessione acuta sull’impossibilità di amare, utilizzando gli stilemi di ricerca sul colore come Antonioni, in un finale di profonda disperazione. Nomad è stato presentato al festival in due versioni, la prima con l’aggiunta di scene assenti dalla copia DVD, che più di tanto non aggiunge; la seconda è la versione che più si avvicina a quella integrale. Opera vertiginosa nel ritrarre con disincantata leggerezza una generazione, quelli degli anni ottanta, senza ideali, dove si respira il senso sfuggente del presente, in un limbo nostalgico senza via di fuga, ben esplicitato da un finale furente. Altra riflessione su quei anni è la pellicola Cherie, con le due star dell’epoca Cherie Chung e Tony Leung Ka-wai, nella loro fulgida bellezza in una commedia delle parti fortemente simbolica, giocato sugli stereotipi consueti: arte, denaro e bellezza, in un ribaltamento ludico, atto a denigrare il pensiero vacuo di quel periodo, gonfio nella ridondante estetica fine a se stessa. Opera che più delle altre risente del passare del tempo, e incuriosisce per il diverso approccio stilistico di Tam. Final Victory, scritto dall’allievo Wong Kar-wai, ci porta nel mondo del goffo Hung, che riceve il compito di occuparsi delle due donne del fratello e boss Big Bo ( il regista Tsui Hark ). Nel compiere la sua missione si innamorerà di una delle due. Film gangster che fa incursione nella commedia nera, efficacemente sostenuta da una copione vivido e magistralmente, curato visivamente da Tam nei suoi aspetti primigenie d’autore. Ultimo lavoro realizzato da Patrick Tam dopo diciassette anni d’esilio è girato in Malaysia, vede come protagonista un bambino abbandonato dalla madre e del suo rapporto difficile con il padre, roso dalla disperazione dopo la fuga della moglie, in un legame conflittuale fino all’inevitabile deriva. After this our exile è un dramma deludente, nel rimarcare segni precostituiti di un rapporto padre e figlio, espressivamente didascalico nel suo eccedere drammaturgico e ispessito per una durata oltremisura. A compendio della magnifica rassegna sul regista di Hong Kong, non si può citare lo splendido saggio curato da Aberto Pezzotta, Patrick Tam: dal cuore della new wave con schede approfondite sui suoi film e serie televisive, sconosciute ai più, oltre ad una bella intervista al maestro e le testimonianze di altri artisti, a concludere i scritti sul colore e le recensioni del Nostro e la filmografia completa. In una rassegna come quella del Far East Film, adagiato sul cinema popolare, la qualità selezionata rispecchia l’andamento di una stagione, nelle sue luci e ombre, ma quando si porta a conoscenza di un autore come Patrick Tam, l’eccellenza prende il sopravvento per un cinema che non abbiamo potuto conoscere prima, grazie ad una vetrina come quella di Udine.

Voto 8 

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